Rapsodia in Do

Indumenti di fuoco 
comprati per caso al mercato
sfumati l’un l’altro tra il giallo citrino
e la porpora fenicia
Per strada le lingue d’arancio
salivano in alto scendevano ai lati
sfidando i rovesci violenti
giocando a danzare col vento
Finché l’apparenza calò sotto il mento
per assenza di scuse
e la piazza infocò raggelando
per un abito acceso 
da uno scroscio di pioggia
tra grida nei pianti per scoppi di razzi
nei crolli di case perenti
per un guazzo pestato
con schizzi di fango
su lingue d’arancio
in scrosci di pioggia imprevisti
Indumenti di fuoco gettati nel cesto
con rabbia e fermarsi a guardare
la pioggia bagnare quei volti
E furono sospiri profondi
col mondo ancora presente
tra i clacson e i giochi dei bimbi

Poco distante là dove lo zolfo
ha infiammato un vestito
che la pioggia non spegne
là, si muore ogni giorno
muoiono i bimbi
in vampe di zolfo
per un guazzo pestato
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Deserto

Allegro percorro campagne
nel sole accecate di sabbia
il sale che imperla due cagne
Nel vuoto di strade con rabbia
digrignano i denti poi vanno
lontano nel fuoco celate
svaniscono dietro un capanno
d’estate

Cicale in frinire lontano
sin qui giunte forse per sbaglio
garriti di rondini invano
in alto nel cielo un abbaglio
il vento le porta distanti
dai nidi di case annebbiate
il fuoco le infiamma tra i canti
andate

Ai lati magioni nascoste
da bordi di pietra arenaria
e dietro barriere più esposte
non mostrano cose a noi paria
un tetro silenzio accompagna
l’assenza di voci alle grate
né affacci fin sulla campagna
un vate

potrebbe annunciare cartelli
Eppur non ci sono segnali
cognomi alle porte o monelli
in questo villaggio di squali
fin quando lo trovo dismesso
rientro alle vecchie serate
sin dalle partenze col gesso
segnate

Asciutto di sete ricerco
un bar che sia pieno di gente
cammino sul fondo tra sterco
e scoli nell’aria fondente
lo vedo lontano mi pare
la somma di cose negate
le stesse dimore ora bare
d’estate
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Freccia

Non penso alla fine dei tempi
soltanto per voce mia spenta
purtroppo non so cosa sia
l’eterno che scende nel nulla
ma vedo nel freddo infinito
di questa stagione
la freccia neolitica ancora presente
compresa in un arco di morte
fiorente tra i puri fra ladri e assassini
perfino tra i santi
persino nel ritmo di queste futili frasi
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Primo maggio

Risucchiata all’improvviso dal subbio
dell’orditoio filando altre sete
per indossare tra certezza e dubbio

abiti fini delle case in voga
e data in pasto per poche monete
sempre al telaio con passione e foga

una storia di donna di ragazza
solo per un difetto di bloccaggio
quando una breve vita in una chiazza 
si spegne poco dopo il primo maggio
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Merda

non so perché il cielo sia turchino
quando il mare non cola nell’azzurro
come spegnersi accesi in un sussurro

galleggiando nel giallo paglierino
dal greggio fino all’escherichia coli

però ai banchi va sempre bene il vino
e sui monti si spara ai caprioli
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Mesostico per te

                        Allineati al perenne timore
                    dicevano infatti così
               soli nella stanza vuota da sempre
                             che a masturbarsi si diventa ciechi
                    e svenni malmesso adolescente
                     per abuso perenne di mano
               come emanazione di sguardi e pensieri
                  e di certo mi pareva conforme
                            a un immacolato piacere
                    lavorare anche la domenica sera
               senza il riposo del corpo acerbo
           nelle tenebre annesse 
      a fare emergere distrazioni
               di pensieri organizzati ai piaceri
              Poi ti incontrai nel gelo di una piazza
  scaldata dal sole e avido di baci
                      rubai il tuo profumo
         per sempre mia e non sapevo
              tra i sentori dei tocchi delle dita audaci
                      che la mano si sarebbe fermata
           tremolante come foglia nel vento
                 davanti agli occhi colorati dal cielo
   per scoprire la pelle del tuo corpo
  e godere del tatto ineludibile nel sentire
che ti amavo già mentre sfioravo le tue magiche curve
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Leggi le nere

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Arcobaleno

ai piedi dell'immenso
evaporo di lacrime
quando lontano sorge
tra i vividi colori
materia temporale
vite e paure forgiate
tessute di silenti
addii là nel fondale

debole sotto i nembi
per indicare i sogni
quelli persi o mai fatti
per segnare i rimpianti
l'un sull'altro raccolti
e mai lasciati andare
come il fato sui volti

laggiù dove gli amori
emergono e si sciolgono
sotto la fredda pioggia
e l'oro sfugge sempre
dove non nasce un fiore
nascosto nel futuro
dove finisce il raggio
d'un vecchio arcobaleno
indefinito e vago
come ogni tuo sentire
di gioie e di timori
potevi farne a meno?
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Perdita dei sensi

ascendere di dolore
in nuovi regni implosi
di loro inefficace sapore
volare tra residui
di lamiere evirate
per anni da nugoli
di voci mai nate
perdita di peso
che innalza in alto
sopra sguardo proteso
nelle urla del mattino
quando cerchi la tua immagine
e la trovi in alto
nel buio del salto
tra stelle e raggi
dove l'aria non arriva
e i ricordi nel forse 
sono perduti oltraggi
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Caravanserai

sognare respiri di grilli
sollevarsi sullo sfondo oscuro
che tinge di nulla il mio riposo
come se il suono si ripetesse
nell’eterno di un’era sospesa

e lasciarsi sorprendere dal flusso
ipnotico del sibilo assoluto
ruzzolando d’isterico tremore
fino alla fonte invisibile
per occhi sempre schiusi

ma se ciechi tra i sospiri
ascoltando il brulicare
dei soffi corvini che tingono l’estate
o vagando per terre 
in uso smodato d’assenzio
l’origine si staglia nera sul nero

in onde sinuose di pavide serpi
finché irrompe il verso
apocalittico del tempo
che  m’inonda di visioni
sino al mio caravanserraglio
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