Paesaggio

Giochi di falde lucenti
colate da adombri nembi
scivolano lungo
spicchi di verde
nel reame avaro
dei risi

Qui
immobile
bevo a piccoli sorsi
zampilli di luce

Colto nel torpore
come in una prima visione
assoluta
mi lascio affondare
nell’erba

Negli occhi il bubbolio crescente
d’un limpido fascio
di fulgida bellezza

Un attimo ancora
imponderabile
insostituibile

Felicità

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Resa

Identici giorni sommati invano
non so contare coi soliti numeri
che so smarriti nella memoria
Dei baci sento il sapore lontano
ne sento il profumo perduto
per ozio o paura che so

Non è l’ora di certi sapori amari
o di altri faziosi sentori
Si para davanti il tuo corpo
non ancora violato dal tempo
E sento le mie afasie
fuggiranno via come un morbo
curato a fatica per anni

le tue richieste senza risposte
la tua solida pazienza con l’amore
fattasi negli anni dolore
il mondo che hai aperto per me

Della tua forza ne sento la scossa
veemente che dirompe nella carne

Dammi l’irruenza del tuono
la forza costante dell’acqua
che scolpisce clastica arenaria

Dona forza a queste deboli carni
diluite in rea mollezza
in sconfinato tragitto
oltre l’orizzonte degli eventi

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Le soglie dei giovani

Splende ancora illeso lampo
laggiù a ovest del firmamento
se nel frattempo scrutando
alte nubi rosse tuttora
cinte in un sorriso di pioggia
Niente è perso tra le acque
e i reflui fetori dell’agio
ove s’annidano maleolenti corpi

Sono pensieri di un tempo
quando ancora le rughe
veleggiavano nei sogni
sulla pelle di vecchi lontani
giunti ai bordi dell’infinito
vissuto come divertente

E adesso che le dita
scivolano tremolanti
lungo i binari della fronte
e gli occhi sfuggono in basso
adesso gli sbiaditi antenati
nell’etere dell’evo…
e tu giunto nell’ora temuta
senescente salti nei lazzi cortesi
per chi ti vede oltre
le soglie dei giovani

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La mela

La mente distrugge il mio corpo
nella malattia insanabile
corretta da gesti inutili
come dirti che il vento appare
senza arruffare i capelli
scorrendo tra i ricci
come fosse ieri e invece ha impiegato secoli
per attraversare qualche ciuffo
E adesso cosa resta se non
consapevolezza
o identici segni
se nell’uno o nell’altro trovi attimi ripetuti
solo scampoli ritagli di ricordi
E l’inutilità di scrivere tutto questo
Come un morbo che impedisce
di rimanere fermi
per non staccare ancora una volta
la solita mela

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La mia fata

Mi sento come se vagassero altri
Oscillando di lato in sponda inciampo
tra zolle ed erbe di simile stampo
Dentro di me odo certi ronzii scaltri

quasi vagiti smarriti nel lampo
di bimbi annunciati da lisci nastri
perduti nel freddo dei ghiacci lustri
Non capisco chiedo stretto dal crampo

mi stupisco del procedere vano
ed ieri quella casa era di là
non c’era la vecchia con la sua occhiata

Ora una donna mi porge la mano
mi prende mi bacia ma chi sarà?
Un sospiro giura sia la mia fata

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Escort

Graffiare il vento con l’unghia grezza nel vanto mostrato
grondante di smalto carnale per scalare brezze
giunte da tracce di storie passate affondate nelle rughe
di vetuste fanciulle belle

E non poterlo montare come con i fauni nelle camere crudeli
Il rosso emergeva su labbra avulse al candore di un volto confuso
L’odore acre del seme in gocce viscose
perse a coprire un’immagine impressa sul derma

le ali di un angelo
aperte ad accogliere il mondo dei disgustosi coiti
oppure riuscire a cavalcarlo, il vento,
aggrappata con grinfie spezzate dai solventi

E soffiare in basso sulle chiome di pedoni assorti
da non vederti appesa all’ultimo istante
in un androne roso d’inedia col tocco nel corpo
stremato sulle tue labbra ancora seducenti
e il volto tornato il vanto di madri chiuse in remoti momenti

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Questo Universo

Lei ti cerca in sconfinate distese
in ogni angolo e luogo del paese
senza sapere che ti sei disperso
nel fluido oscuro di questo Universo

Prima nell’orto tra fiori e zucchine
con il cuore che si gonfia tremando
ti vede forse mentre stai fumando
ma non ci sei come in altre mattine

Esce per strada con l’ansia che avanza
ha da poco cercato in ogni stanza
solo l’agriturismo le rimane
guida come una pazza da stamane

Da ore sei fermo appoggiato al sedile
Tutt’intorno ambulanze e poliziotti
in questo tragico giorno d’aprile
pompieri tolgono i cristalli rotti

Quando al torace hai sentito i dolori
provi a fermare ma l’auto cammina
e d’un tratto svaniscono i colori
la cicca accesa diventa una mina

In un attimo senti le fiammate
le vampe sulle carni abbandonate
non hai pene non hai un dove un porto
si fa pira il tuo triste corpo morto

Sei arso in un pomeriggio di sole
la bocca aperta senza alcun sapore
moglie cara ti prego non guardare
ricordati del mio volto da amare

Pensa ai nostri giorni ancora vicini
uniti in un amore tanto grande
come un mare che questa luna espande
paghi dei nostri incrociati destini

Prima in giardino e poi lungo le strade
la tua signora correndo non geme
se nelle dure arterie il sangue preme
la mente persa non sa cosa accade

Vede il tuo corpo distrutto dal fuoco
mentre passa tra i flash e il notiziario
l’urlo si spegne nella gola fioco
poi cade a terra in questo giorno amaro

Lei ti cerca in sconfinate distese
in ogni angolo e luogo del paese
senza sapere che ti sei disperso
nel fluido oscuro di questo Universo

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