Anna

Investita dall’improvviso
quando il cielo suggeva il viola dei cumuli
volavano i tuoi passi nelle danze
tra stracci e granate di prossime nettezze

Quando la pioggia bruiva ancora netta
davanti al tuo lieto sguardo

Quando le tue parole
colpivano con grazia e vigore
i vani crucci del fuggente quotidiano
rilasciando sentori di fioriti giardini

Quando i tuoi sogni veleggiavano
sopra oceani fulgidi carichi di semplici istanti
volti nel desiderio di lasciarsi circondare
nei colori delle risa e delle parole
di momenti vissuti insieme

Ancora popolano i pensieri i giorni passati
e i sogni che verranno: un Natale da celebrare
regali fermi sugli scaffali
mai donati né ricevuti
un presepe da costruire
fisso nelle sue scatole polverose
l’aria nella casa che trattiene ancora
il tuo profumo e la melodia
della tua voce

Le intermittenze del Natale
non illumineranno i tuoi occhi
rimarranno nei tuoi pensieri in eterno
e il giorno dopo sarà un futuro abortito
quello straccio pronto per la scrivania
non assorbirà polveri e macchie

Nell’attimo s’aggrapperà l’eternità
adesso adagiata nella tua nicchia garbata

Con te per sempre il pianto dei tuoi cari
come un’eco sorda
che recalcitra e non vuole fuggire
nei rimbombi distanti
per rimanere nel tuo sorriso dipinto
nel soffio leggero
di una brezza che urla il tuo nome

Anna

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Occhi tristi

un giorno camminavo sulla sabbia
mezzo secolo fa dietro di te
eri una brutta bimba senza rabbia

forgiata per errore di cliché
ma eri dolce serena e mi rapisti
amavo la tua assenza di un perché

e adoravo quei tuoi neri occhi tristi
profondi come mai ne avevo visti

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Smarrito

Sentori di vagiti stesi al sole
tra diafane distanti formazioni
velate da riflessi repentini

Cambi erranti di luce
che s’intrecciano fin sopra la retina
nel forgiare armonie di riverberi
persi in abbacinanti… emulsioni
per avvertire vetuste parvenze
aperte tra urla e acustiche vaganti
in friabili frequenti oscillazioni

Sopore… nel dolore già m’accascio
Gli aspetti defluiscono… pervadono
sfumano in danze di vago colore
oltre l’amaro suono più acuto
mentre le incerte forme dei passanti
s’inceneriscono in un sodalizio
con le solite ed esili fattezze
come scordate esperienze visive
scivolando negli imi contagiati

Di stridore in tremore
mi sollevo stremato nella quiete
di una piazza deserta
irraggiata da un sole scintillante
sui lapilli di tinte sottovento

Nella pace di una giornata sciolta
nei vapori saliti in altitudine
sminuzzati alla vista e poi svaniti
in mezzo a tanta folla
perso in abbacinata solitudine
corro in un buio di vivida luce

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Anche piangere

Confermami un sorriso a volte permanente
che sia sponda a un lancio di sguardo temerario
quasi pavido d’uscire tuttora
non come una volta sciolto in questi anni immotivati
che per elemosinare bisogna prima concordare il prezzo
in altro modo scivola nella buca delle penalità
Conferma questo azzardo pressoché riservato
avvolto nel timore di essere rifiutato
nell’angolo di un volto che non risponderà
o che svolta imperterrito veloce in altri lati
per cercare chissà comunque un attimo di verità
Confermami ti prego che esistiamo
ché di rado intuisco l’assenza dello scoglio
e forse da un certo punto di vista
non incontriamo queste nostre fluide visioni implementate
per suscitare eventi dentro un gioco olografico
Quando sento il sapore della lacrima
guardarti è l’unica cosa da fare
Confermami che anche piangere è forza
dove l’eco di una stilla diffratta si tinge in armonia
slitta come in un cosmo vagheggiato negli occhi

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Logaritmo

qualche volta evitasti di chiarire
per non togliere un drappo consumato
con la sua stella rubata al creato
come sarebbe stato in altre mire

tra molti mille e milioni di un sire
soltanto un logaritmo spaesato
vago debole numero usurato
tra ori diamanti perle per gioire

e lo trovasti quel numero intatto
appeso negli albori di un litigio
nel vagito di piatti non lavati

o in un bacio smussato ai propri lati
perso nel lato oscuro d’un prodigio
o nelle pieghe di un dialogo astratto

perdeva sangue al tatto
per un piccolo numero smarrito
in una sera ai margini di un mito

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Trionfo di Rita e Carlo

Premessa. In questi giorni non riesco a concentrami, e non posso scrivere a causa di un piccolo intervento chirurgico, non grave ma alquanto fastidioso. Il dolore è leggero ma persistente e gli antidolorifici lo attenuano solo in parte. Ma non voglio parlare della mia salute, chiedo scusa. Allora, per passare il tempo, mi sono messo a cercare tra i miei vecchi fogli (ne ho tanti abbandonati in scatole e cassetti) e, dopo molto ciarpame come micro-racconti, incipit di romanzi mai scritti, frammenti di dialoghi, ecc., ho trovato un sorta di ballata di ottonari (non proprio ortodossa), scritta circa venti anni fa per il matrimonio dei miei zii. Solo un divertissement, un gioco. Il ritmo “appiccicoso” dell’ottonario è insopportabile e sa di artificioso, inoltre questo “trionfo” pretendeva impunemente di emulare il famosissimo canto carnascialesco di Lorenzo il Magnifico “Il trionfo di Bacco e Arianna”. Immaginate con con quale risultato. Lo pubblico dopo molti ripensamenti. Prendetelo come un gioco, come un modo di conoscere il mio modo di “baloccarmi”. Ovviamente non ho scritto più cose del genere, ehm…

Quest’è stato un matrimonio
tra i più belli ch’abbia visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

All’entrata degli sposi
la “Vie en rose” cantava un coro,
tra invitati e gran curiosi.
Siete uniti, al dito l’oro!
E Neruda con decoro
declamare io ho poi visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

Poi di corsa a festeggiare
dentro il circolo dell’Arci.
Gl’invitati già a mangiare!
Su, regali tu non darci,
ma biglietti devi farci!
Uno immenso ne ho visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

C’era quello singhiozzava,
l’altro invece discuteva.
Chi in silenzio se ne stava.
Qualcun poi, mentre diceva,
tutto in bocca già metteva.
Certo c’ero e pur l’ho visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

Carlo e Rita tra la folla
elargivano sorrisi
con i loro stanchi visi.
Niente pizza o pasta frolla,
che qualcuno al dente incolla,
non mangiavano io ho visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

Quand’a un tratto nunzial torta
entra in scena, che gran festa!
Forza sposa taglia lesta
che la gente già assorta
per il vin non vede porta.
Che gran fette ch’io ho visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

Poi tra musica e letizia
qualcun chiude la giornata,
salutando l’adunata.
Ci si ciba in amicizia.
Il gelato! Che delizia!
Così almeno io ho visto.
E scusatemi se insisto,
perch’io n’ero un testimonio.

La serata si conclude
quando a casa Rita e Carlo…
Ma da adesso io più non parlo.
E volendo cosa includer…
Ma è l’ora e or si chiude,
perché più nulla io ho visto.
E scusate, non insisto,
perché qui non testimonio.

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Isteria

non sapete che piango nei tramonti
smarriti nei racconti folgorati
ma sul serio anche amati non lo so
non ricordo però non siamo pronti

mai per bere alle fonti l’acqua sacra
come un’ora di viagra speso male
i miei resti nel mare questo corpo
nei limiti d’un po’ se le mie ceneri

spante nei cieli neri in alto volano
da una improvvida mano nella brezza
ed è con amarezza che perisco

sopra il solco di un disco, come lacci
cifre di Fibonacci che si sommano
in questa sporca mano che tu tacci

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