Romperà la tv? (2005)

I cavi dovevano essere installati. Due giorni prima avevo fissato su una parete un trasformatore per lampade a led, di forma circolare e di un orribile grigio cenere. Serviva a ridurre la tensione da duecentoventi a dodici volt per collegare alcuni faretti su un sistema di illuminazione a cavo, un binario in acciaio posto sotto il soffitto. Soddisfatto per una parte di lavoro concluso con il binario bloccato a un lato del muro, dovevo soltanto tendere i cavi e fissarli sulla parete opposta. Un trapano nella mano per due fori, inserire i morsetti tenditori e tirare i fili. Non avevo ancora avvitato le viti nei tasselli. Il giorno prima mia madre era stata portata d’urgenza in rianimazione, un’ischemia forse dovuta ad anni e anni di eparina per combattere una infausta vasculite necrotizzante che dopo due lustri aveva ripreso il suo corso. Ero stato al suo capezzale per oltre otto ore e avevo guidato per quaranta chilometri prima di tornare a casa ad avvitare i cavi di acciaio. Lei sarebbe morta di lì a un mese alle tre di notte di una gelida domenica di febbraio.

Ti ho vista con la cannula nasale
Le mani proiettate su di me
come per rassicurarmi
Senza una parola
Il respiro in cerca di una vita
che stava per salutarti
Troppi lacci e fili per un abbraccio
Troppo bianco sul tuo volto
per trovare i colori del passato
Solo uno sguardo ai giorni lontani
concentrato nei tuoi occhi
dentro i miei
E so che mi hai sorriso

Ero troppo stanco per salire sullo scaleo e procedere, troppo preoccupato, agitato, con mille pensieri in testa. Solo telefonate di parenti per sapere di mia madre con annessi consigli su cosa fare per assisterla al meglio, ma anelavo al silenzio, senza suggerimenti o auguri, né voci clonate condensate in un’eco infinita d’identico vibrante suono: come sta? Dovevo finire il lavoro, pranzare, rispondere al telefono, guidare, correre, reparto terapia intensiva, due, tre quattro ore e tornare, cenare e riposare. No! Dovevo stringere le viti e tirare i cavi.

Se
quando se
saprai che il tuo futuro colpirà forte
ti farà del male
e le immagini saranno foto fuori fuoco
o moti con le loro scie di mosso
dinanzi a occhi incapaci di entrare
nel loro spettro visivo
La realtà abbandonerà per un attimo il tuo corpo
per oscurarsi della tua angoscia
sciogliersi in un fluido indefinito
di un imponderabile chiaro-scuro
che indebolisce gli occhi
Quando non servirà a niente
il gioco di una articolata premura
l’abbaglio di una vaga inespugnabile sicurezza
Quando se, accadrà…
Accadrà!

I piedi sulla piattaforma in alluminio mentre l’ultima vite dentro il tassello non si stringe. La tolgo, la inserisco e avvito facendo forza con le gambe. Le immagini che si accumulano, i pensieri che saettano. Lo scaleo cede e cade. E il mondo svanisce. Il Nulla invade il mio corpo disteso per terra con una lesione sul lobo occipitale e sangue, tanto sangue schizzato sul pavimento. La paura della mia dolce metà, gli strilli, qualcuno che entra. Niente più mi riguarda. Mia madre in terapia intensiva, i binari con il trasformatore, le telefonate, l’ansia, la stanchezza: adesso il mondo è una culla avvolgente in cui riposo sereno. Ma dopo alcuni minuti mi schiaffeggia violento, mi percuote sugli occhi che non vedono e mi blocca la bocca da cui non escono frasi. Non provo pena né riesco a respirare. Il mio corpo non è più mio, galleggio in un vuoto di dolore.

Sento intenso il limite del nostro volere
La soglia vicina dove muore il tempo
dove lo spazio cede il passo al tocco mortale
La morte sorvola i miei occhi ancora ciechi
blocca l’alito che vuole entrare nei polmoni
congela le membra. Indecisa sospende le parole
nel vuoto sciogliersi della paura
Quando poi, in seguito, ripensandoci
ti accorgi che non hai oltrepassato soglie
ma sei rimasto freddo, occhi vitrei senza uno sguardo
nel tuo manto perduto in un attimo banale

Mi ricordo solo dell’ultimo pensiero, l’ultima frase prima del buio, nel vedere lo scaleo cadere trascinando il mio corpo. Poco prima che il cranio sbattesse sul muro facendomi perdere i sensi: «Romperà la tv?».

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Pantano

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In cambio di niente

Non so se ancora mi muovo stupito
nel vedere il tuo bacio di ritorno
crescere per esondare tutt’intorno
come un calido vento rifiorito

Dagli imi di un crepuscolo basito
l’ardore ti guida in un sogno adorno
dove mai riesce a tramontare il giorno
dietro un sussurro d’intrepido ordito

Quando gela la mia certa stoltezza
erosa in smunti rivoli d’amore
Quando al contrario tu basti a noi due

ami più della somma di ambedue
Riempi il nostro tempo citeriore
con miti effusioni di larga ampiezza

Sento la tua amarezza
nell’incanto d’un amore caparbio
senza mai, mai chiedere niente in cambio

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Il temporale (1981)

Stavamo passeggiando con un piglio che solo la gioventù riesce a sostenere, mostrando i nostri corpi nudi, fino all’ultimo respiro: un inesistente bikini lei, quasi a sottolineare le sue armoniose e precise curve per i miei occhi innamorati; uno slip anni Settanta il sottoscritto, succinto, stretto, che adesso non indosserei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ma allora i miei muscoli emergevano dall’epidermide ben visibili, pieni, densi, seppure impacciati e in cerca di abiti sotto cui nascondersi. Ma non quella mattina. Forse perché avevamo lasciato alle spalle la selva di ombrelloni e sdraio con relativi bagnanti. Ci eravamo allontanati dai luminosi spruzzi dei tuffi, dalle grida e dall’esultanza di un gruppo di ragazzi che giocavano a inseguirsi. La spiaggia si era fatta più stretta, un’esile lingua tra la serenità del mare e la falesia del Monte San Bartolo ornata con arbusteti di rovo, prugnolo, biancospino e caprifoglio. Affiorarono i sorrisi. Adesso eravamo isolati, distanti dal porticciolo di Gabicce, mentre quello di Vallugola si trovava ancora dietro il promontorio. Soli, con la nostra età, il desiderio di un tuffo e quello di lasciarsi asciugare sugli scogli, con lo sguardo volto all’orizzonte. Dovevamo soltanto scegliere il punto esatto per immaginarci sperduti in un’isola abbandonata nell’Oceano, distanti dal mondo, colmi del nostro amore.

Com’è possibile sognare un abbaglio
sognare catalisi di un vissuto
che non emergano banali
che mostrino la noia del tempo scandito
con le sue identiche stille?
Mille punti tratteggiano un quadro
formando la densa immagine di un riverbero
Tutto quello che basta per amare un ricordo

Con gli asciugamani già distesi sulle rocce ai piedi della rupe, a pochi metri dallo specchio lucente, lei mi prese per la mano, tirandomi a sé per correre incontro alle onde; i suoi occhi azzurri si amalgamavano con il glauco del cielo e del mare formando un inebriante riflesso. Mi lasciai sorprendere. Mi sentì come estruso in profondità abissali, immerso nel silenzio di fondali incontaminati dove l’amore riposa colmando di estasi i rari intrepidi che osano addentrarsi. Compresi il senso profondo di un immenso illuminarsi, compresi l’importanza anche di un solo palpito, autentico, depurato dalle scorie di un’effimera mondanità. In quel momento vissi di felicità.

Un sentire impagabile
per un solo minuto forse meno
in fondo al corridoio della prospettiva
Come Rimbaud: là dove il mare se n’è andato col sole
dove l’abbaglio del tuo sguardo
corregge il mio quotidiano delirio
le stizze ordinarie che infiammano il cuore
senza gonfiarlo
come cose perse per sempre lasciate andare nell’inedia
o erose nei biliari marosi. Impallidite nel nulla.
Mentre l’eternità s’innesta in un fulgido sorriso
in una mistura di colori
nel pelago azzurro confuso col cielo
Ci siamo tuffati nell’orizzonte

Ma la corsa s’interruppe. Le nostre gambe rallentarono. I piedi immobilizzati. Al confine dello sguardo, densi, neri vapori parevano apparsi dal nulla per impedire ai nostri corpi di lasciarsi portare dalle onde fino alla battigia. In lontananza, un soffuso mormorio inseguiva i fiochi lampi che rischiaravano debolmente l’inchiostro dell’orizzonte. Decidemmo di tornare per non farci cogliere dalla torrida tempesta. Il sole stava ancora proiettando le nostre brevi ombre sulla sabbia, quando un vento ci spinse da dietro, mentre il mormorio divenne l’acuto strillo di ninfe ululanti al cospetto delle crudeli saette scagliate da Zeus. Decidemmo di allungare il passo, prima meno lento, poi più svelto, infine di corsa. Adesso la luce era svanita e l’urlo fischiava dentro le nostre orecchie mentre cominciarono a cadere le prime, isolate, ampie gocce. «Non ce la faremo mai. I fulmini. Sulla spiaggia…». Un esiguo antro tra le rocce della falesia a pochi metri dai nostri passi che poteva contenere a malapena noi due, solo noi due. Trascorremmo lì, accucciati, abbracciati l’uno all’altra, un’ora circa di fragore, tra i lampi accecanti, le urla dei tuoni che coprivano le nostre voci, mentre la terra si scioglieva in fango scorrendo sopra le nostre braccia e gli schizzi pluviali ci bagnavano il volto. Nel momento peggiore, nell’istante in cui l’azzurro era scomparso dalla nostra vista, celato da un sipario d’acqua scrosciante… ci baciammo.

Sconvolto dal Sublime che mi urla
allargando le sue spaventose fauci
M’incanta, mi annichilisce di stupore
Tremo all’interno del quadro, tremo, amore mio
Non riesco a calmare i flutti del mio vibrare
allontanandomi dal dipinto che poi ho rivisto
illustrato dalla memoria
Mentre tu, serena, sicura
mi sorridi e completi con l’ultima pennellata
ciò che sarà per noi eterno
Baciandomi

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Ape

Sciami in transito volano di fretta
per un probabile nido futuro
rapide ronzano nel ventre oscuro
sopra il mio scrittoio, non per vendetta

Frullano soltanto per dare retta
all’indole del compito più puro
nella fatica del ciclo maturo
Sono nubi d’api in avanscoperta

Lasciate libere di scandagliare
improbabili rifugi di vita
osservano, cercano e se ne vanno

audaci senza pericolo o danno
Adesso nella mia stanza avvilita
non rimane altro che memorizzare

O tu ape mia da amare
se non altro per quel tanto di miele
che mi donasti senza lamentele

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Alterchi

Come se dentro di me urlasse un tale
distante da questo corpo che piange
nel sorso di un tempo che più non tange
Attendo pavido il morso letale

del viscido detrattore che infrange
ogni regola per questo fatale
improvvido cupo abbrivo del male
chiuso nel dove di tutte le frange

Ma non è essenziale come pare
colpire in un attimo mutue stime
ridurre i ricordi dei lieti giorni

nuotare nel limo di infidi scorni
e neppure servono queste rime
crudeli come tempeste sul mare

Giocai con le mie tare
per una razione di adrenalina
dopo la pioggia, di prima mattina

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Cemento

… poi volare nelle pieghe del tempo
rovistando perso tra i se e i ma
quasi gelando disteso sul lembo
del mondo per vivide amenità

non per caso accade, direi, mi sa
capita per ritrovare nel grembo
degli eventi di tanto tempo fa
l’orrore di smarrirsi in un frattempo

accadde di morire in un momento
… ignaro all’ombra di una vecchia quercia
incontrare il tuo vecchio corpo vizzo

mentre il tuo giovane tu, con un guizzo
si gettò d’improvviso tra la veccia
sulle tue vecchie membra di cemento

… poi correvi nel vento
… non potevi sapere che quel vecchio
eri tu seduto lì da parecchio

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