In un tempo infinito

Il mio amore nel tempo
come un fiore d’estate
nelle calde giornate
su un balcone fiorito

Sei per me una regina
e da quando ti vidi
furon spenti i dissidi
del mio cuore smarrito

Non potendo far altro
che mirare il tuo volto
e restare in ascolto
del tuo dire pulito

Non aprendo la bocca
non rubandoti niente
quella sera caliente
in un tempo infinito
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Coriandoli

E ne ascoltavo il canto allegro e forte
in quella gioventù di baci e feste
nei balli senza voci lievi e meste

Inattese per la futura sorte
nascevano passioni nuove agli angoli

promesse d’amarsi fino alla morte
mentre tersi brillavano i coriandoli
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I profumi del bosco

Allargando foglie in mormorio vibrante
o in fiotti leggeri si spegne il vento
in brusii di silenzi discendenti

Fuori di geometria torna sui suoi passi
urlando adirato sotto una volta
d’inchiostro rilucente in barbaglio
di plasma al cospetto di un Dio
nell’incresparsi del mare impresso

O rinforzato dal profondo del blu
ripreso e filmato con occhio brutale
come reliquia da mostrare nei salotti 

Già si piega e si contorce alacre
nei ruderi delle officine
lisciando vecchie ciminiere
fino alle pendici di cumuli
avvolti in afrori di scarti urbani

Fetido prosegue forgiato 
da mantici di opifici e botteghe
come rivolo unto di altere flatulenze

Fermentando logoro nelle fogne
fino a infastidite narici da artefatte classi 
ristrette in un singolo spettro
in un aut aut di fragranza e afrore

E nient’altro per anosmia di olfatti
che hanno smarrito i profumi del bosco
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Nudo senza imbarazzo

Piove sul prato verde
nubi che leste scendono
dove l’occhio si perde
gocce che audaci cadono
oltre la veste nera
qui dove il tuono sta

Piove sul mio destino
sulle cisterne gonfie
l’acqua dentro un catino
deborda in mille smorfie
oltre il suo bordo bianco
fino al suo fiume e mar

S’appoggia l’acre fumo
crosta di pece nera
pregno del suo profumo
di fresco bosco raro
bagna l’uggia di foglie
e  arbusti di lillà

prima che il ventre molle
di terra astratta e vera
si sciolga tra le zolle
di infida primavera
porgi la guancia al vento
posa la tua viltà

Piangi mio fiero pazzo
corri dentro il ruscello
nudo senza imbarazzo
per assorbire il bello
di quello che rimane
di questo mondo qua
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A Rodolfo

Dense fazioni colorate dal vento 
diverse le fa segnata dalle ombre
per vagiti o spari negati la Storia

In sponda lunga tra auto e muri
in linea curva a giro di canto
scritto su inchiostro rimbalzo su pietra
da negligente proietto
venuto a mancare ucciso per sbaglio
ma non sarà scritta da loro la Storia

Nove lustri senza risposta
sfumato nell’aria in un giorno d’aprile
rimane nei cuori della famiglia
nei conti aperti come per altri 
fin quando un amo pescherà
di torbide acque nel limo
unica sentenza la Verità 
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Rapsodia in Do

Indumenti di fuoco 
comprati per caso al mercato
sfumati l’un l’altro tra il giallo citrino
e la porpora fenicia
Per strada le lingue d’arancio
salivano in alto scendevano ai lati
sfidando i rovesci violenti
giocando a danzare col vento
Finché l’apparenza calò sotto il mento
per assenza di scuse
e la piazza infocò raggelando
per un abito acceso 
da uno scroscio di pioggia
tra grida nei pianti per scoppi di razzi
nei crolli di case perenti
per un guazzo pestato
con schizzi di fango
su lingue d’arancio
in scrosci di pioggia imprevisti
Indumenti di fuoco gettati nel cesto
con rabbia e fermarsi a guardare
la pioggia bagnare quei volti
E furono sospiri profondi
col mondo ancora presente
tra i clacson e i giochi dei bimbi

Poco distante là dove lo zolfo
ha infiammato un vestito
che la pioggia non spegne
là, si muore ogni giorno
muoiono i bimbi
in vampe di zolfo
per un guazzo pestato
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Deserto

Allegro percorro campagne
nel sole accecate di sabbia
il sale che imperla due cagne
Nel vuoto di strade con rabbia
digrignano i denti poi vanno
lontano nel fuoco celate
svaniscono dietro un capanno
d’estate

Cicale in frinire lontano
sin qui giunte forse per sbaglio
garriti di rondini invano
in alto nel cielo un abbaglio
il vento le porta distanti
dai nidi di case annebbiate
il fuoco le infiamma tra i canti
andate

Ai lati magioni nascoste
da bordi di pietra arenaria
e dietro barriere più esposte
non mostrano cose a noi paria
un tetro silenzio accompagna
l’assenza di voci alle grate
né affacci fin sulla campagna
un vate

potrebbe annunciare cartelli
Eppur non ci sono segnali
cognomi alle porte o monelli
in questo villaggio di squali
fin quando lo trovo dismesso
rientro alle vecchie serate
sin dalle partenze col gesso
segnate

Asciutto di sete ricerco
un bar che sia pieno di gente
cammino sul fondo tra sterco
e scoli nell’aria fondente
lo vedo lontano mi pare
la somma di cose negate
le stesse dimore ora bare
d’estate
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Freccia

Non penso alla fine dei tempi
soltanto per voce mia spenta
purtroppo non so cosa sia
l’eterno che scende nel nulla
ma vedo nel freddo infinito
di questa stagione
la freccia neolitica ancora presente
compresa in un arco di morte
fiorente tra i puri fra ladri e assassini
perfino tra i santi
persino nel ritmo di queste futili frasi
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Primo maggio

Risucchiata all’improvviso dal subbio
dell’orditoio filando altre sete
per indossare tra certezza e dubbio

abiti fini delle case in voga
e data in pasto per poche monete
sempre al telaio con passione e foga

una storia di donna di ragazza
solo per un difetto di bloccaggio
quando una breve vita in una chiazza 
si spegne poco dopo il primo maggio
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Merda

non so perché il cielo sia turchino
quando il mare non cola nell’azzurro
come spegnersi accesi in un sussurro

galleggiando nel giallo paglierino
dal greggio fino all’escherichia coli

però ai banchi va sempre bene il vino
e sui monti si spara ai caprioli
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