Oltre ogni quando

Sempre oltre ogni quando, quelli ineluttabili che mozzano il fiato, imponenti, obbligano il respiro a inchinarsi, imperscrutabili, eterni, insostituibili perché mutano radici, deformano gesta, narrano premeditate visioni, pietrificano le insolenze, oppure quelli pallidi, impalpabili, pronunciati nell’atto di guardare il quadrante dell’orologio come porzioni insignificanti di tempo, anche se i quando sono sempre fondamentali, da non prendere mai alla leggera, ecco, infatti sempre oltre ogni quando, sempre al di là di un quando, perché non si sa mai, potrebbero congelare la gioia di affrontare il mondo, indebolire la forza di prenderlo per le corna, annichilire la volontà di affermare la propria libertà. Sempre oltre ogni quando; se capitasse di fermarsi sul bordo del suo avvento, sarebbe come sottomettersi all’importanza, all’imponenza di un senso sbagliato, quello stesso senso che annichilisce la bellezza con lo stivale dell’ordine, la beuta del progresso, il sorriso posticcio del lieto fine, l’esile canto edulcorato del sacrificio, il soffio oceanico di un falso mito, o di un impegno da salotto, da condividere tra una anestesia di statistiche e un fluido consenso da esatto applauso. Ingannevole, onorato, ammirato e accettato, sempre, anche a costo di umiliare intimamente il proprio io. Andare oltre e voltarsi per sorvegliare dalla distanza, osservare quanto, al di là del valore ipotetico, il quando è solo un modo per ingabbiare l’indipendenza, un modo per impedire il cambiamento. Sempre oltre ogni quando mostrando la carta di un sereno, umile, semplice, liberato perché.

Pubblicato in Le parti allineate del dove, Racconti | Contrassegnato , , , , , | 26 commenti

Quindici anni

mi chiusi in deliri di mare
tra fiamme e paure ancestrali
per donne guardate soltanto
mi volle nel suo ritroso universo
cosparso di fulgido amore
ragazzi abbracciati nel sesso

non ero risorto alla vita
per quindici estati nell’acqua
vivevo per sbaglio distante
dai sogni di grandi bellezze
ragazze spogliate per me

rimanevo all’esterno dei sogni
morivo ogni volta col rosso sul volto
paura d’amare una donna
per questo rimasi in silenzio
chiedevano a me d’abbracciare
una giovane femmina bionda
ma mentre oscillavo in silenzio
temendo un suo bacio

per questo mi espulsero subito
affranto col cuore ferito
vedevo le immagini fioche
di amabile estate
i colori pregiati del mare
distanti dagli occhi dell’anima mia

d’estate agognai questa notte glaciale
d’un verno più cupo e mortale

Pubblicato in Memorie digitali, Poesia | Contrassegnato , , , , , | 71 commenti

Vascolari arpese

… cavalli imbizzarriti disarcionano cavalieri con lunghe lance che quasi fuoriescono dall’immagine in uno sfondo d’ambra dipinta su terracotta vanno incontro a fanti con elmi e spade sguainate colpiscono e mozzano teste calpestando erba rosso sangue tra un cretto dell’ambra e l’altro uniti da un nuovo collante di ottima fattura corrono colpiti dai giavellotti cadono a terra esanimi le urla lacerano il silenzio quando il vento freddo del nord fluendo sopra la vallata antica sorvola alberi e rovine di città vuote recalcitranti a uscire dai libri di storia ma non dalle menti inconsapevoli di duemila anni prima quando le picche colpivano duro i cavalieri fuggono di tassello in tassello saltano fossi oltrepassano alvei gli zoccoli calpestano pietre di montagna e scendono lungo i declivi della vallata stanchi di fuggire sconfitti ripiegano verso la propria dimora per difendere le proprie famiglie s’incastrano vacui nei terrapieni adesso sul cratere a calice due dèi arrivano maestosi giovani decisi a tutto per onorare l’impegno e lavare l’onta e d’improvviso l’opera vascolare si congela determinando l’arte di raffigurare il dolore quando adesso Niobe figlia di Tantalo si dispera per i figli uccisi da Apollo e le figlie massacrate da Artemide si fermano i due congelati nell’atto di scoccare le frecce mentre sul livello sottostante un figlio e una figlia giacciono colpiti così come una figlia alla destra di Artemide e il maschio alla sinistra di Apollo mentre le linee dei frammenti incollati attraversano i corpi dei vivi e dei morti ci fosse un arpese per trainare gli dèi fuori dalla pittura vascolare e abbandonarlo nel limbo dell’inespresso sempre loro onorati e raffigurati dimentichiamoli mal li sopporto

Pittore dei Niobidi, cratere a calice: strage dei Niobidi. 450 a.C. ca., Parigi, Mus. du Louvre, G 343
Pubblicato in Racconti, Vascolari arpese | Contrassegnato , , , , , , , | 33 commenti

Effetto farfalla

Brancolare nel buio. Indagare sulla morte di un generale deceduto nella sua auto sportiva per un frigorifero caduto dal tetto. Una precisione millimetrica. Sicuramente un incidente. Ma, trattandosi di un famoso generale, futuro cancelliere, apprezzato leader e celebre collezionista di belle donne, doveva. Prima cosa, analizzare il frigo, rilevate impronte digitali di più individui: convocare amici del generale, parenti, condomini. Una macchia di sangue lavato, scoperta col Luminol, impressa da un uomo di una strada limitrofa, un poco di buono, un usuraio. Aveva chiesto una ingente somma di denaro a un insolvente, un abitante del condominio, pieno di debiti. Arrestati. Erano saliti sul tetto per parlare all’aperto con lunga discussione poi degenerata in botte e serramanici aperti. Con loro un freezer sul bordo dell’edificio, urtato per errore dalla sanguisuga durante la colluttazione. Salvato in extremis dal debitore. Il frigorifero sopra la spider del generale. I due, fuggiti. Nessuna loro impronta sopra l’elettrodomestico, solo tracce ematiche dello strozzino. Fermato, per le impronte, un locatario del pianterreno ripudiato dalla consorte. Lo tradiva da anni, e lui lo sapeva. Dopo giorni di solitudine… suicidio… senza averne il coraggio. La notte precedente legare il frigo con un capo della corda e trascinarlo di pianerottolo in pianerottolo, per sette piani. L’altro capo stretto sulla cintura del cornuto. Una spinta. La fine? No, niente da fare: congelato dalla paura. Il giorno seguente la cella sarebbe tornata al suo posto. La fedifraga piangeva davanti al funzionario. Pentita per avere abbandonato il compagno? No. Per la morte del suo amante, colpito in testa da un congelatore volato dallo stabile del suo ex-marito. Una sciagura dovuta all’inetto coniuge incapace di fare del male a una mosca, senza ambizione di vendetta. Per il commissario una fatalità. Ma per i giornali un’esclusiva, un complotto di uno Stato nemico contro il prossimo primo ministro, con tanto di servizi segreti coinvolti. Sulle prime pagine un titolo a nove colonne e le fotografie di quattro persone: l’usuraio, il moroso, il tradito e la donna fatale: la peggiore, una spia dormiente sposata con una nullità, pronta a destarsi al momento opportuno per uccidere il generale. Parola d’ordine per svegliarla? Un battito d’ali di farfalla.

Pubblicato in Arenandomi nei gamberi, Racconti | Contrassegnato , , , , , | 30 commenti

Solitudine

Nella quiete del parco, sopra una panchina noterai un album bianco. Sentirai sulla pelle un vento scivoloso, viscido, denso come miele grezzo, caldo come un bacio d’armonica passione. Troverai l’eco dei pianti che scandagliano le valli in cerca dei propri figli. Una bottiglia con un po’ di whisky avanzato per riflettere i raggi dorati dalla rifrazione. L’erba ancora imperlata di rugiada fasciata dall’inerzia di un’ubbia devastante. L’antro di un bosco che non permette alla luce di posarsi sull’humus argentato, chiuso nel suo stesso lugubre silenzio, senza canti, né trilli, né urli distanti. Osserverai in lontananza un borgo a malapena distinguibile nel riverbero scintillante, accovacciato sulla sua collina di calanchi. Case e palazzi medievali, le vie che contengono ancora i resti delle camminate lievi e divertite fra vetrine addobbate e aroma di caffè uscito da un bar. Annuserai quel poco che rimane dell’odore arrivato da una friggitoria ancora aperta dove dietro il banco, in un olio crepitante, sfrigolano polenta e coccoli salati. Pochi metri ancora e dopo il municipio con il riso sui ciottoli davanti al portone – appena gettato da qualcuno forse all’uscita di due sposi felici, lui in giacca e cravatta blu, lei col solito abito nuziale e un mazzo di fiori lanciato al cielo sperando di offrire il futuro a un’amica – giungerai davanti all’antica pieve del decimo secolo. Non entrare, per cortesia. Non farlo! Lo so, non hai trovato niente, non hai udito suono, hai solo visto l’oblio, odorato il passato, ti sei scaldato col calore della memoria. Non addentrarti nella navata. Non ascoltare i passi che risuonano lungo i muri di pietra. Ma non ubbidirai a causa del tuo arrogante desiderio di conoscere l’inconoscibile, di sfogliare quel quaderno scritto col vuoto di una biro bianca, ricco di informazioni che non hai voluto vedere convinto da un nero inchiostro. Inutile monito. Entrerai lo stesso: le tre navate, l’acquasantiera piena di una fede inossidabile, le panche, il presbiterio rialzato, l’abside leggermente obliqua rispetto al corpo della chiesa, l’altare. Ci sarà un assembramento, poche persone che nell’ambiente ristretto sembreranno una folla, si volteranno all’unisono per osservarti, ma tu non li vedrai, immobili come parole d’inchiostro bianco su carta bianca, passerai oltre, lontano dal paese, verso una città, fuori da una metropoli, incontro a una nazione, nell’assenza di un ricordo, nel nulla di una storia.

Pubblicato in Arenandomi nei gamberi, Racconti | Contrassegnato , , , , , | 24 commenti

Canto dei Bischeri

L’orologio indicava il suo ritardo all’appuntamento per un colloquio di lavoro in una discoteca, un dato di fatto rimuginato durante il percorso, lungo le colorate vie tra clacson e pedoni in difficoltà, visto che le meravigliose, pensava, aree pedonali erano ancora da venire. Dopo Seveso si stavano chiudendo gli inceneritori ma quello di San Donnino era ancora in funzione… fino… pensava: chiuderà nel 1986 per poi riaprire come isola del riuso nel… concentrandosi poté vedere che avrebbe riaperto nel lontano 2005. Percepiva il futuro come un’epoca malsana persino peggiore della presente, riverniciata di fresco con una lieve pittura d’ipocrisia. Camminava con il solito brulichio nel cervello, frugando nel suo passato recente. Si ricordava di un esame di Storia contemporanea. La domanda della docente era già presente nella sua mente prima di essere pronunciata: “In che anno scoppiò la guerra di Corea?”. Ma vaffanculo, pensò, il solito nozionismo, questa non è cultura, vaffanculo… 1950. Lei dopo uno smagliante sorriso aveva posto la firma accanto a un bel trenta. Lo stesso gli stava capitando adesso, sapeva che nel suo futuro non era scritto di miscelare long drink e cocktail alla clientela di una discoteca ricavata in uno scantinato di un palazzo storico. È ancora possibile, aveva pensato, ma quando sarà avvenuto l’incendio al Cinema Statuto, non potrete permettervi un locale così angusto senza maniglioni antipanico alle porte e senza uscite di sicurezza. A proposito professoressa, in che anno ci fu l’incendio in un cinema di Torino che provocò la morte di sessantaquattro persone? Non lo sa? Ah sì? 1983, mi spiace dottoressa, riprovi un’altra volta. Adesso il brulichio era potente, talmente intenso da sconfinare in un acuto mal di testa. Si trovava in Piazza del Duomo a pochi passi dal Canto dei Bischeri dove avrebbe voltato in Via dell’Oriuolo. Andava spedito per non arrivare in ritardo… un colloquio per un lavoro da barman in discoteca… che non avrebbe ottenuto. Si soffermò un attimo ad ammirare i suoi bellissimi pantaloni a zampa d’elefante che coprivano quasi del tutto le scarpe a punta e toccò lo smisurato colletto della sua aderente camicia, decorata con girigogoli di colorati motivi floreali, sentendo che quei vestiti non sarebbero tornati di moda per tutti fino… no… pensò, riesco a vedere a malapena gli albori del nuovo millennio, non arrivo tanto lontano. Si fermò indeciso sul da farsi. Sentiva l’approssimarsi di un urto, un colpo, essenziale, ineluttabile. Era il destino che bussava alla porta. Il caso sarebbe giunto d’improvviso, in un attimo, e gli avrebbe cambiato la vita. Ma sì, pensò, sento che questa è la volta buona. Allungò il passo e voltò con precisione, nell’attimo esatto, calcolato al millesimo dal fato, e immediatamente… avvenne. Sentì un colpo violento sotto il torace, un urto, una ragazza, una splendida biondina, sorridente, con alcuni libri tenuti insieme da una cinghia elastica… (Svaniranno, pensò. Un domani solo zaini) …gli andò a sbattere sull’addome cadendo in terra. Lui si chinò per aiutarla, le prese i libri espulsi dalla cinghia caduta ad alcuni metri di distanza. La guardò negli occhi e…. si innamorò. Il volto della ragazza era un effluvio di colori, un’esplosione di sorrisi; dalle sue labbra esondavano allo stesso tempo sensualità e ingenuità. Era di una bellezza naturale, un volto acqua e sapone, non truccato, portava con grazia una gonna plissettata a fiorellini di seta trasparente sotto cui si intravedevano due gambe meravigliose. Si conobbero, si amarono, frequentarono corsi differenti, ciononostante a ogni esame sostenuto da uno, l’altro era sempre presente. A distanza di alcuni anni festeggiarono le loro lauree e dopo alcuni mesi trovarono un impiego in un’epoca giunta al confine tra il lavoro e l’eterna formazione. Era talmente innamorato da non sentire per anni il famoso brulichio e ne era felice. Non voleva conoscere il suo futuro in anticipo, provava una sensazione di dolore, incassato come un colpo compatto, uno schiaffo che avrebbe voluto prendere a piccole dosi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, momento dopo momento. Voleva bere la sua vita lentamente, gustando ogni attimo di sole che era destinato a ricevere. Era felice. Nacquero i figli. Crebbero. Finché il sole si affievolì, i raggi si spensero, le ombre calarono, ricominciarono i primi disturbi. Rivide il futuro. Sentiva che sua moglie lo tradiva. Immerso nella felicità non si era accorto del momento in cui qualcosa si era spento, forse una incomprensione, l’abitudine, forse un evento differente, un momento di diversità, gusti diversi… Forse tutto era iniziato quel giorno in cui a Boboli suonavano i Sigur Rós e lei aveva deciso di andare a vederli, ma lui si era recato al Maggio ad ascoltare Ligeti. Si salutarono sorridenti. Si dissero che ognuno deve essere libero, ma fu un saluto differente, un saluto di due amanti consapevoli di una relazione giunta al capolinea. Mi tradisce con uno più giovane. Maledetta. La sua mente gli fece vedere due corpi nudi in una stanza d’albergo e vide la felicità negli occhi di sua moglie, rivide nel suo sguardo la stessa luce dei primi giorni del loro amore. Quella mattina camminava veloce in Piazza del Duomo, con una pistola in tasca, sapeva che lei sarebbe uscita dall’albergo a quell’ora esatta e che l’avrebbe incontrata dietro l’angolo. Le avrebbe sparato, l’avrebbe colpita in mezzo alla strada davanti a tutti. Si guardò i vestiti, indossava un giubbotto, un paio di jeans e una maglietta bianca, tutta robaccia comprata con pochi euro sulla bancarella di un mercatino, comprese le scarpe. Roba venuta forse dalla Cina o fabbricata nei capannoni di Prato, forse. Camminava veloce e vedeva oltre l’angolo il volto disteso e felice di sua moglie, identico a quello di trenta anni prima. Portava una borsa di Gucci indossando eleganti vestiti firmati, ma lui avrebbe voluto rivedere la cinghia con i libri e quel vestito a fiorellini. Si guardò meglio, guardò l’angolo. Le sue scarpe erano scomparse sotto i pantaloni, ricominciarono i clacson, la gente era più colorata. Com’è strano, pensò, li chiameranno anni di piombo, e ce li immagineremo in bianco e nero, eppure per le strade vivono i colori, i colori inondano il cielo, l’aria, i colori sono ovunque. Decise di fermarsi, di non voltare l’angolo. Finché la vide. Era bellissima, aveva i libri sotto braccio contenuti da una cinghia, stava andando a seguire un corso di matematica e, soprattutto, portava una bellissima gonna a fiorellini. La guardò, sorridendole. Lei si soffermò un attimo, gli sorrise come attratta dalla sua gentilezza. Lui fece per dirle qualcosa, pur di fermarla, stava per dirle: riproviamo? Ma cosa! Non la conosceva ancora. Un attimo, solo uno. Lei si riprese da un velato smarrimento, i suoi occhi tornarono a vedere i pensieri e proseguì per la sua strada. La guardò allontanarsi, poi, lentamente, molto lentamente, sollevò lo sguardo al cielo e sospirò: “Maledetto brulichio. Non ne posso più!”. Proseguì lungo via dell’Oriuolo per recarsi al colloquio per un posto di barman che non avrebbe ottenuto. Si asciugò con la mano una lacrima che stava rigando il suo volto.

Pubblicato in Arenandomi nei gamberi, Racconti | Contrassegnato , , , , , | 10 commenti