La velocità del freno (1969)

Quando ancora le estati profumavano di estate. L’aria della sera respirata da giovani polmoni odorava nelle efficaci narici emanando un sapore di ossigeno puro, come un aroma inebriante che restituisce nitido il senso di un tempo lontano, svanito come immagine, sbiadito come racconto ma terso, limpido come profumo, sapore, colore. Con le nostre biciclette stile Graziella, senza canna orizzontale, con cerniera centrale e manubrio e sella smontabili. Pedalavo sulla mia Susy blu dietro tre compagni di gioco tra i viottoli costeggiati da prati rettangolari cinti da siepi d’agazzino. Sterzata dopo sterzata veloci dietro tre ragazzine in bici: una mora dallo sguardo luminoso, l’avorio dei denti che rifletteva il sole illuminando l’aria circostante; un’altra bionda ma un po’ più scura, con lo sguardo distante, sorridente, perso a cercare qualcosa di insito nel vento; la terza: castana, la più emancipata, di quelle che mettono soggezione, fredda, distante, ma anche in grado di infondere sicurezza col suo parlare dolce ed efficace allo stesso tempo. Noi insulsi bambini in cerca di un gioco correndo dietro a bambine più adulte di noi, infastidite dall’inseguimento, disturbate da piccoli coetanei incapaci di proferire parole d’amore. Noi di corsa sulle bici per fermare tre ragazzine cresciute in fretta con i loro shorts in mostra e tanta bellezza, quella bellezza che affiora sui corpi che profumano ancora di gomma da masticare. E masticavamo quelle piccole sfere di gomma colorate di arancione, di fucsia, di giallo limone, prese con dieci lire dopo aver girato la farfalla di fulgidi distributori oggi abbandonati nei magazzini di modernariato. Gonfiavamo d’aria le bolle di gomma che uscivano dalle nostre bocche come palloncini scoppiettanti, di corsa pedalando dietro le ragazze. Una si staccò dal gruppo cambiando traiettoria, la più bella, quella emancipata. Si voltò guardando proprio me con un sorriso. In un attimo decisi di raggiungerla, accostare la mia bici alla sua, ricambiare il sorriso, fermarla, parlare della sua bellezza. “Andate dietro a quelle due. A questa ci penso io!”.

Se il freno non cede leggero rallenta il tuo impulso
Corrode la fretta scivolando nel tempo
Sorprende i giochi per fermare l’abbrivo
Vicino al bersaglio al punto d’arrivo racconta il tuo momento
Ma se corre veloce e blocca le ruote
Cade un mondo, cade l’immagine che vedi di te
Cadono i sogni. Nella velocità si ferma l’arrivo
È come se non vi fosse partenza
Né un tornare a casa come da una guerra
e abbracciare ciò che è rimasto della famiglia
Vedersi arrivare è il sogno stesso di una partenza
Ma senza un fermarsi la caduta avvenuta
Permette e racchiude il tuo fallimento

Ero quasi giunto da lei. L’immagine del suo sorriso ancora nel mio ricordo, fresco come il primo giorno di un amore, il volto ridente che cercava una mia parola. Accelerando vidi troppo tardi l’ostacolo e fu tale la velocità del freno che la ruota si bloccò lanciandomi contro una siepe. Mentre mi pulivo dalle bacche d’agazzino sentii le risa dei ragazzi e delle ragazze che continuarono la corsa senza fermarsi. Mi alzai zoppicando ormai lontano dall’inseguimento. Sorrisi.

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29 risposte a La velocità del freno (1969)

  1. marzia ha detto:

    Hai mai letto Benn? Leggendoti me lo hai rammentato..

    All’ epoca del grande poeta tedesco Gottfried Benn, i treni erano ancora oggetti di lusso e di perdizione, miti di velocità un pò futuristi, e correvano nella notte verso mete seducenti e lontane. Scrittori e poeti ne cantavano il fascino esotico, e la gente comune sognava avventure proibite. Ma Benn, nella famosa poesia “D-Zug ( Direttissimo ) , del 1912, sottilmente rovescia quel fascino, e ne svela il lato oscuro. Direttissimo : il treno veloce delle classi alte della società dell’ epoca, che sembra affollato – si direbbe – di lieti bagnanti. L’inizio è pieno di colori:

    Bruna come le foglie.
    Bronzeo rosso. Giallo di Malesia.
    Direttissimo Berlino-Trelleborg e le stazioni balneari del Baltico.
    Carne, che andava in giro nuda.
    Abbronzata dal mare fino in bocca.
    Matura ormai, per una gioia greca.
    Ma la precarietà della gioia, la consapevolezza del destino mortale dei nostri corpi, è in agguato, insieme alla stagione morente:
    Nella bramosia della falce: com’è lontana l’estate!
    E’ già il penultimo giorno del nono mese

    La dalia continua a fiorire, ma apporta come un maligno presentimento:
    la vicinanza delle dalie ci confonde.

    La poesia di Benn si chiude con un brivido di morte e di corruzione, in un languido abbandono che ha il sentore della fine. Due anni all’agosto del 1914 e alla fine di un’epoca.

    • LuxOr ha detto:

      Purtroppo di Gottfried Benn ho letto solo alcune poesie e non ho avuto il piacere di leggere D-Zug, e me ne rammarico perché, leggendo la parte che mi hai riportato, mi sono reso conto che si tratta di una poesia fantastica. Sono onorato che i miei umili versi ti abbiano ricordato questa bellissima lirica di un grande poeta. Sei veramente gentilissima. Inoltre ti ringrazio sentitamente per questo commento che è anche una grande lezione di letteratura, un vero e proprio saggio di cultura letteraria e me ne compiaccio immensamente. In effetti vedo nella poesia di Benn un ritmo simile al mio, un modo di procedere che senza volere ho utilizzato nella mia “prosetta” in particolare nella poesia in essa contenuta. Mi correggo: è la mia poesia a essere simile a quella di Benn, non certamente il contrario. Grazie ancora, cara Marzia. Sono lusingato, grazie. Un abbraccio.

  2. wwayne ha detto:

    Post scritto divinamente. Del resto, da te non mi aspettavo niente di diverso.

  3. le hérisson ha detto:

    A me, invece, per ritmo e minuzia descrittiva, mi hai ricordato Proust e la sua “Recherche” .

  4. Irene Rapelli ha detto:

    Ciao!
    Bel pezzo, mi piace il tuo periodare singolare. M’arricchisco, in tutti i sensi, leggendoti: per esempio, ora conosco il significato di “agazzino”, parola mai sentita prima (con la “botanica” sono negata). I versi in mezzo, liberi, credo, scorrono tutti d’un fiato: raccontano, simbolicamente, di dinamiche psichiche profonde, portando anche il lettore a fare un scoperta su di sé e a comprendere la chiave di lettura, una delle possibili, credo, del testo intero.
    È del 1969? Per forza, c’è il tag “Reminiscenze siderali”. È dell’anno dello sbarco sulla Luna.
    Prima, fuori casa, ho preso una storta alla caviglia, e zoppicando e tornando a casa, al pc, m’è sovvenuto questo tuo brano, che sono corsa, anche se non letteralmente, a rileggere meglio.
    Se ricapiti nel mio blog, prova a leggere le prime 20 righe, più o meno, de Il parlamento degli animali, nella sezione di Narrativa, solo per provare a scoprire il mio stile preferito di scrittura. A dire il vero, io sono in grado di modulare stile, sintassi e lessico, se voglio, ma te lo consiglio perché è uno dei pezzi cui sono ancora affezionata ed è inoltre il mio modo, per iscritto, più naturale d’esprimermi. Anch’io sono stata paragonata a Proust, i cui volumi dovrei procurarmi, per capire.
    Ops! Ho di nuovo indicato, a qualcuno, qualcosa di mio da leggere… ma solo le prime 20 righe, eh. Bando agli scherzi, e scusami, davvero: sono incorreggibile, ma, lo confesso, è raro trovare un lettore e uno scrittore egregio come te.
    A presto. E scusami anche per tale commento-papiro.
    Irene, con un sorriso

    • LuxOr ha detto:

      Ti ringrazio per il commento lusinghiero. Scrivo da tanti anni ma non ho pubblicato niente. Nel mio cassetto ci sono romanzi, circa cento racconti, commedie, pensieri sparsi e altro ciarpame. Tutto inutile se non pubblichi. Ho pubblicato su questo blog alcuni racconti o pensieri molto brevi. Quando descrivo cerco di dare un nome agli oggetti, alle piante, ai colori, cerco di essere il più preciso possibile. E’ una scelta formale, ma non so se sia più o meno corretta. I versi di questa “prosetta” sono liberi, usciti di getto e lasciati così, senza limatura. Nella raccolta Reminiscenze siderali (titolo provvisorio) ogni “reminiscenza” riporta dopo il titolo l’anno in cui è accaduta la “disavventura””, In realtà le ho quasi tutte scritte nel 2018 e alcune quest’anno. Mi dispiace per l’incidente alla caviglia, cerca di rimetterti e non trascurare l’infortunio. Non vedo l’ora di leggere “il parlamento degli animali”. Sono sicuro che scrivi in un modo meraviglioso. Grazie ancora per le belle parole,sei gentilissima. Un caro saluto.

  5. Irene Rapelli ha detto:

    Avevo scritto un commento, forse l’ho cancellato senza inviarlo. Non pare essercene traccia.

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