Eclissi

Il 15 febbraio 1961 alle ore 8,34 il sole venne oscurato dalla luna. Guardavo fuori dalla finestra per non perdermi lo spettacolo. Sapevo che cosa fosse una eclissi anche se non conoscevo quale misterioso meccanismo celeste potesse permettere alla pallida luna di nascondere il sole. Un amico più grande mi aveva detto mesi prima che il sole è come un pallone avvolto da fiamme perenni, ed è molto più grande della terra. Ma come? La Terra è una palla? Quindi mio padre aveva avuto una buona idea a portarmi un gigantesco mappamondo dove erano disegnate tutte le nazioni, le catene montuose in rilievo e gli oceani! Nonostante non capissi quale fosse la differenza tra Oceano e Mare (mio cugino mi aveva detto che l’Oceano è un mare molto grande), sapevo che tutti noi eravamo come minuscoli microbi posizionati su quelle piccole terre emerse. Inoltre, quando venni a sapere che “ogni cento anni” la luna oscura il sole e per alcuni minuti il giorno diventa notte “pur essendo sempre nel giorno” mi sentii impazzire. Tutta questa confusione in testa dipendeva sicuramente dalla giovane età. E avrei dovuto attendere ancora quattro anni per ricevere in regalo “Conoscere”: sfogliandolo infatti avrei potuto scoprire le incantevoli immagini del sistema solare con i suoi nove pianeti conosciuti. Sarà stato il ’65 o il ’66 quando osservavo stupito i globi di altri mondi pensando di trovarmi davanti a splendide bolle colorate in orbita intorno al sole. Non avevo bene in mente come tutto funzionasse, ma avevo iniziato a capire che c’era un universo intero davanti a noi. Il Voyager non era ancora partito ed era lontano il giorno in cui avrebbe trasmesso sulla terra notevoli foto dei mondi esterni. Pertanto i pianeti venivano presentati con un mix di conoscenze scientifiche e fantasia, il che rendeva interessante ai miei occhi la scoperta del Cosmo. Ma tutto questo era di là da venire e intanto attendevo l’eclissi; quella eclissi. La sera prima mia madre mi aveva intimato di coricarmi presto, altrimenti non mi avrebbe svegliato per permettermi di osservare “il giorno che diviene notte”. Avevo solo una vaga idea delle enormi dimensioni del sole, se rapportate a quelle della luna, e non mi rendevo conto fino in fondo quanto la luna fosse piccola rispetto all’immenso disco della nostra cara stella. Pertanto non riuscivo a capire come un “cerchio” di modeste dimensioni potesse oscurare un cerchio immenso come il disco solare. Non ricordo bene cosa provassi precisamente in quegli attimi, ma credo che in cuor mio non fossi poi tanto convinto della storia di una luna piccola capace di oscurare un grande sole. Quella mattina venni svegliato appena quindici minuti prima dell’avvenimento e subito mi infuriai con mia madre. Avrei voluto prepararmi all’evento ma non c’era tempo. Dovevo solo uscire e sentire sulla pelle il colore della notte, nonché un calo notevole della temperatura. La sera prima avevo giocato con due amichette poco più piccole di me: queste erano salite sulle sedie buone del salotto comprato pochi anni prima da mio padre per arredare la casa. Avevo insistito nel dire alle due bambine di non montare con i piedi sulle sedie, ma queste non mi avevano neppure ascoltato e anzi… poi si sarebbero lamentate di me perché invece di giocare con loro avevo trascorso tutto il tempo a sgridarle e a impartire ordini. Naturalmente mio padre mi dette ragione, sapendo quale bambino educato fossi.
Alle ore 8 e 05 cominciai a chiedere a mia madre di lasciarmi uscire. Lei dapprima non rispose, poi visto quanto insistevo, mi disse che non mi avrebbe fatto uscire e che se avessi voluto avrei potuto seguire l’eclissi da dietro la finestra. Piangere sarebbe stato inutile. In effetti non c’era tempo per ostinarsi. I minuti scorrevano veloci e l’eclissi era vicinissima. Controvoglia accettai di assistere all’arrivo anomalo della notte osservando dalla finestra del salotto. C’era gente nel piazzale davanti casa. Un uomo in particolare se ne stava fermo con le braccia allargate, altri osservavano con vetri affumicati il passaggio della luna sul sole. Finché la notte sopraggiunse, l’aria si colorò di scuro come un liquido versato nelle trasparenze dell’acqua sorgiva. L’indaco velocemente si allargò oscurando le case, il piazzale, i piccoli giardinetti delle case popolari, troppo piccoli per vantarsene. Non mi sembrò l’arrivo di una notte normale, ma l’invasione di un liquido che inondò la luminosa giornata, occupando tutti gli spazi possibili e immaginabili, tant’è che mi accorsi come il colore oscuro occupasse tutto lo spazio avanzando velocemente come una nube carica di pioggia. Ma non piovve. Le persone fuori rimasero immobili come se aspettassero la fine del mondo. Non si guardavano, né camminavano. Volevano godersi la breve notte apparsa nel dì, assaporare l’ebbrezza di sentire l’aria fredda accumularsi sulla pelle. Osservavo in silenzio con gli occhi bene aperti aspettando l’inizio dello spettacolo. Ma fu un attimo, circa quattro minuti attesi da sempre e per me magici. In quel tempo non sapevo che mai più avrei potuto rivivere quei quatto fantastici minuti se non viaggiando per il mondo oppure esistere per altri centoventi anni.

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