Flamenco flambé

Le ballerine indossano un abito con falda bianca a pois nero e rosa dalla balza rossa e body rosso. Tentano inutilmente di fare credere che le loro movenze sinuose e gli stessi abiti siano sufficienti a trasformarle in ballerine di flamenco. Si agitano al suono di una musica che esce da una consolle di un deejay improvvisato mentre alcuni bambini saltellano davanti a loro frapponendosi tra l’improvvisata arena e i tavoli dei commensali. E dopo una pseudo cena cosiddetta spagnola a base di risotto scotto con piselli scipiti e bocconcini di pollo spugnoso, quindi tre palle di  macinata con sugo color feci infette giallastre e per dolce una terrina di freddo riso con spolverata di cannella, mentre le due ragazze escono salutando i clienti tra i tavoli, sulla pista iniziano le danze. E il dolore ingigantisce seguendo il suono della disco, muovendosi al ritmo di YMCA nel tepore delle anche delle ragazze che ondeggiano, mentre i tavoli si vuotano, due bambine saltellano goffamente e i camerieri portano i caffè ai pochi clienti rimasti seduti ai deschi vuoti come sparuti superstiti di un’ondata malefica che toglie il respiro.  Esco all’aperto con una sigaretta in bocca salutando un barista che vuole offrirmi un limoncello mentre una ragazza vestita di rosso, pantaloni rossi attillati, body rosso con acconciatura bionda rock tendente al rosa con tempia destra rasata, prende dalla borsa una sigaretta a pochi metri di distanza. Mi chiedo se sarebbe capace di resistere a un altro tipo di spettacolo. Mi guarda con indifferenza voltandosi per scrutare il locale. Siamo nel parcheggio del ristorante circondato da boschi e vallate, solo un’isola verde però cinta da pianure invase dal cemento dei capannoni industriali e delle superstrade.  Decido di avvicinarmi lentamente alla mia auto quando mi sento chiamare da dietro. Mi volto: è la bellissima ragazza vestita di rosso. Mi chiede se ho da accendere. Gli passo distrattamente la sigaretta che lei attacca alla sua cicca tirando una boccata per infiammare il tabacco asciutto. Mi ringrazia sorridendomi. Per un attimo mi sento bene, rinfrancato dall’avere scambiato una parola con qualcuno. Da quanto tempo non parlo con un essere umano? Potrei insistere. Dopo tutto è carina. Dirle qualcosa di banale. Lei si intrattiene accanto a me come se si aspettasse una parola stupida e inutile. Sei molto bella, potrei dire, o carina, oppure parlare del tempo o del fumo che fa male. Quante banalità. O parlarle del mio passato o di quello che sto per fare. Ma non cerco una spalla distratta e indifferente su cui appoggiarmi. Dopo alcuni attimi di silenzio e mentre lei gentilmente rimane in attesa solo perché deve fumare la sua sigaretta, mi decido.

«Sei sposata?»

La ragazza mi guarda stupita lisciandosi la tempia nuda. Allontana la sigaretta dal filtro sporco di rossetto rosso buttando fumo dalla bocca.

«Certo che no. Sono fidanzata e basta.»

«E ti trovi bene col tuo ragazzo? Insomma siete felici, cosa fate oltre a scopare. Parlate, correte, ridete?»

Lei non resiste e si mette a ridere. Mi guarda fisso negli occhi mostrandomi  un volto da bambina nascosto da un trucco pesante e una capigliatura crazy.

«Devi essere molto giovane. Ricordati di questo momento quando sarai una donna matura».

«Perché dovrei?»

«Ti ricorderai, in ogni momento triste, che non devi, assolutamente non devi procedere oltre. Devi fermarti e non andare avanti. Capito?»

Rimane allibita indietreggiando di un passo. Adesso i suoi occhi mi guardano come se fossi pazzo. Eppure non rientra in discoteca. Sembra allo stesso tempo incuriosita dalle parole di un pazzo e dal vedere cosa dovrebbe accadere. Finalmente una persona che si interessa a me, uno spettatore. Così potrò fare ciò che sto per fare davanti a qualcuno. Ma dopo pochi attimi esce il suo ragazzo, un piccoletto con capelli corti, jeans e maglietta a maniche corte che lasciano vedere un tatuaggio sul bicipite. Un anonimo ragazzotto come ce ne sono tanti, tutti per me identici e indistinguibili. La chiama e lei subito ubbidisce non prima di avere buttato la sigaretta in terra. Se ne va seguendo il suo futuro voltandosi per un attimo a guardarmi. Pazienza, si vede che è il mio destino. Potrei prendere l’auto e andarmene ovunque, correre sull’autostrada e nessuno si ricorderebbe ugualmente di me.  Invece rimango lì. Indugiando, mi chiedo cosa avrei dovuto mostrarle. Mi rendo conto in un attimo che per la prima volta nella vita mi si presenta un’occasione unica: non realizzare per una volta i miei propositi. Mi sento protetto. Nessuno saprà niente. Salirò in macchina e partirò. Solo lei mi ha notato e fra pochi minuti si sarà già scordata di me e delle mie parole. Sto per aprire con la chiave lo sportellino del serbatoio quando da dietro mi sento chiamare. Mi volto e tutto ricomincia. Ricomincia l’angoscia, il senso del dovere. Ormai mi sono sbilanciato. Lo spettacolo deve iniziare.

«Perché dovrei ricordarmi di lei?»

Mi avvicino talmente da notare finalmente i suoi dolci occhi verdi. Il suo look e la capigliatura vorrebbero camuffare una creatura giovane e carina dall’aria un po’ timida. Non sembra proprio una leonessa. Sotto il trucco fuoriesce un’espressione dispiaciuta da crocerossina. Le passo una mano sulla tempia nuda.

«Sei bella anche conciata così».

«D’accordo. Quando saranno finite le smancerie, mi dirà il motivo per cui dovrei ricordarmi di lei?»

È vero, la ragazza ha ragione. Sorridendole mi volto e ritorno all’auto, apro il bagagliaio e prendo la tanica di benzina. Poi mi volto verso di lei e le sorrido. Vedo il suo sguardo che cerca di decifrare il mio comportamento. Si starà chiedendo cosa sto per combinare. Poi tolgo il tappo, lo butto in terra, alzo la tanica sopra la mia testa e verso parte del contenuto sopra il mio corpo. L’odore acre della benzina deve essere giunto fino alle sue narici se d’un tratto il suo volto cambia colore. Quando poi prendo di tasca l’accendino la ragazza indietreggia di un passo urlando. Intanto continuo a guardarla sorridendo. Dopo un secondo lungo un’eternità riesce a fatica a pronunciare una frase.

«Non farlo, ti prego!».

Continuo a sorriderle come per dirle di non preoccuparsi. Allargo le braccia premendo allo stesso tempo l’interruttore dell’accendino. È sufficiente avvicinarlo un po’ al mio corpo per trasformarmi in una pira. Sono una torcia che corre nella notte e urlo la mia rabbia attraverso il dolore. Ma percorro pochi metri perché il mio corpo liquefatto non riesce più a muoversi.

«Se sei una fiamma come vuoi far credere indossando quel bellissimo vestito rosso, non dovresti avere paura», le dico, mentre l’accendino è sempre più vicino.

Lei si inginocchia rimanendo a debita distanza e comincia silenziosamente a piangere.

Strano, nessuno finora aveva mai versato una lacrima per me. Chiudo l’accendino e lo butto sull’asfalto, versando il resto del contenuto della tanica nel serbatoio. Poi mi avvicino alla ragazza ancora inzuppato di benzina. Giunto a pochi metri da lei riesco solo a pronunciare una parola.

«Grazie!».

Poi corro alla macchina, entro, metto in moto e mi allontano inghiottito dalle ombre oscure del bosco. Guardando attraverso lo specchietto retrovisore noto la sua silhouette ancora inginocchiata nel parcheggio del ristorante.

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2 risposte a Flamenco flambé

  1. simogabri1967 ha detto:

    Soave e crudo racconto allo stesso tempo. Ne sono innamorato!
    Grazie
    Gabriele

    • LuxOr ha detto:

      Ti ringrazio. Ne sono molto compiaciuto. Il personaggio femminile, purtroppo appena abbozzato, è una ragazza vera che ho visto durante una serata a tema di un ristorante. Dietro l’apparente aggressività dal trucco vamp-mangiauomini in realtà celava un volto dolce da bambina: un mondo intero che purtroppo non ho potuto approfondire. Grazie ancora.

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