Primo intermezzo astratto

In quell’anno non vi furono sovvenzioni e allora i poveri dovettero imparare a mangiare quel che capitava. All’inizio poteva sembrare difficile e complicato. Mangiare ad esempio la carta fu questione di pochi giorni; i più recalcitranti continuarono a digiunare giurandosi che non avrebbero mai messo in bocca sostanze non commestibili, ma poi col tempo s’accorsero che la carta poteva possedere anche dei sapori che variavano a seconda della qualità e della materia con cui era stato fabbricato il prodotto. Quella igienica ad esempio era pastosa e vellutata allo stesso tempo, sapeva vagamente di colla alimentare e ricordava i lontani sapori dell’infanzia. Ben presto fu difficile, per i poveri, trovare la carta per pulirsi dopo l’uso del wc: la carta igienica era meglio mangiarla che insozzarla. Nacque l’idea di pulirsi con foglie o erba incolta strappata da prati dimenticati. Poi prese campo la carta da regalo, quella che una volta veniva utilizzata per ricoprire le scatole. Coloratissima e variegata cambiava sapore e profumo a seconda dei pigmenti usati per produrla: la più ricercata era quella natalizia, perché per lo meno ricordava il Natale e faceva venire a mente i bei giorni lontani in cui una zampa di gallina lessa non si negava a nessuno. Purtroppo questo nuovo modo di cibarsi ebbe i suoi effetti collaterali. Il problema, per chi mangiava carta già da molto tempo, consisteva nella difficoltà e negli sforzi inauditi con cui si era costretti ad evacuarla dagli intestini. La stitichezza quell’anno fu uno dei più grossi problemi e molti furono i morti per blocco intestinale. Allora a qualcuno venne in mente di passare all’erba e alle foglie stesse: perché usarle per pulirsi quando sarebbe stato meglio cibarsene? Bastava cuocerle o ammorbidirle in bagnomaria e poi era sempre possibile non farsi mancare ottime insalatine condite con olio e aceto. Ma l’olio e l’aceto erano introvabili e furono sostituiti da vecchi oli di risulta che una volta erano stati utilizzati nei motori delle auto e succo d’uva. Ma l’olio motore fece salire il numero delle vittime e il succo d’uva fu alla base di una campagna governativa contro i “malfattori della società”. In pratica la gente assaltava i vigneti sradicando i grappoli dai tralci e impedendo così una vendemmia che non avrebbe potuto offrire buon vino docg per le mense dei signori. La gente presa veniva immediatamente portata nei centri di riabilitazione. Si diceva che erano luoghi bellissimi dove potevi sederti a tavola e mangiare zuppe e carne; per questo molti non temevano di staccare i grappoli delle vigne anche se nessuno era mai tornato per confermare quelle voci. Senza il pane però non era più possibile andare avanti e nascevano idee sempre più originali: dalla moda di mangiare vecchi foulard a quella di ingoiare petali di rose, ma un editto vietò di tagliarle perché i giardini erano quasi tutti privati e quelli pubblici erano diventati una selva di pruni e ortiche. Anche l’ortica ebbe il suo momento d’oro ma qualcuno rimase strozzato e molti, senza poterla cuocere, non osarono masticarla più.  Questa storia andò avanti a lungo finché, sia per le morti continue dovute al cibo non commestibile, sia per gli interventi della polizia che spesso distrattamente si lasciava scappare proiettili vaganti, sia per la fame stessa che non perdonava, a qualche morto di fame venne in mente che forse sarebbe stato meglio mangiare direttamente quel bel cibo che faceva mostra di sé nelle vetrine dei supermercati: buona carne bovina della Patagonia, pane cotto nei forni di porcellana di Zanzibar, cioccolato ai crostacei di Salaparuta, insaccati neutri o potenziali di Aragona, caffè del Chianti classico. E fu così che iniziarono le violenze e i saccheggi. E il male invase quel mondo meraviglioso.

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3 risposte a Primo intermezzo astratto

  1. lilasmile ha detto:

    Un racconto surrealista! Certo ne hai di fantasia eh? 😉

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