Te omi

“Qaul rogozzi u bulli mo embronoti sucindi mu scipo bunu”.

Lo smilzo e smunto ragazzo non riusciva a capire. A distanza convenuta da una bellissima femmina, proprio perché era quello il momento più coraggioso che gli era permesso di sostenere, non distingueva bene le parole, ma era convinto che si rivolgesse proprio a lui. Il cuore gli palpitava nella gola mentre le pulsazioni gli esplodevano nelle arterie cerebellari, un’emozione simile ad una sensazione lontana nel tempo, provata molti anni prima alle elementari, quando una bambina seduta al banco davanti al suo si era voltata dicendogli: “Tu sei mio marito”. All’epoca  le parole gli si erano incastrate nella trachea ed era divenuto rosso in viso, mentre la bambina aveva continuato a sorridergli. Per anni aveva ripensato a quel momento. Gli era venuto persino in mente di rintracciarla, perché l’aveva persa di vista avendo frequentato un’altra scuola. Poiché abitava nei paraggi, l’aveva incontrata per caso qualche anno dopo, ma il sorriso di fanciulla non le allargava più gli occhi e forse, adesso, lei stessa non lo avrebbe più voluto come marito. Ma… quelle frasi incomprensibili, mentre le due squinzie guardavano verso di lui sghignazzando… forse lo stavano sfottendo. Per difendersi si allontanò guardandole negli occhi e alzando il pugno chiuso con il medio alzato al cielo. Le due ragazze, di qualche anno più grandi, cominciarono a corrergli dietro sbraitando e minacciandolo. Lo raggiunsero nei pressi di una panchina in una piazza domenicale. Quel giorno la mamma gli aveva fatto indossare il vestito buono, una drop dieci di un blu scuro, camicia bianca in popeline e cravatta regimental: per andare alla messa, gli aveva detto la mamma, e attento a non sporcarti. Impacciato dalle scarpe nuove e strette che gli avevano già lasciato una piaga dietro il tallone, non riuscì a seminarle e venne scaraventato con una spinta sulla panchina imbrattata dal guano. Gli furono sopra e cominciarono a colpirlo al volto e sui testicoli. Mentre ne prendeva di santa ragione vedeva il braccio della mamma pronto a sferrargli una bastonata sulle gambe.

“Stronzo e pensare che me peocuvo mo scimmutti chu cu l’hoe peccili”

 “Ma che cazzo dite!”

Le due se ne andarono ridendo e voltandosi in continuazione urlandogli i loro volgari “vaffanculo impotente”.

Per timore di essere bastonato dalla mamma, perché ogni volta che rientrava con una macchia sul vestito sua madre lo picchiava con un bastone sulle gambe e figuriamoci stavolta cosa le avrebbe fatto per via del vestito sporco col taschino della giacca sdrucito e strappato da quelle due stronze, decise di non rientrare vivendo di espedienti e arrangiandosi come capitava. La notte dormiva in un capannone industriale in disuso, vicino a dei bidoni con un teschio nero su campo giallo stampato sulla lamiera, il giorno camminava nei pressi di un mercatino rionale vicino ai banchi della frutta e dei dolciumi, ogni tanto riusciva persino a rubare qualcosa da mettere sotto i denti, finché, dopo un mese di quella nuova vita, sulla civetta di un quotidiano lesse la notizia della sua scomparsa: la mamma piangente gli chiedeva di ritornare e giurava che non lo avrebbe punito: “ti perdono, qualunque cosa tu abbia fatto”. Già la sua mente correva verso un probabile futuro in cui vedeva la sua figura esile, dalla camminata incerta, suonare il campanello di casa, rientrare e correre verso la madre sorridente e felice che lo abbracciava sussurrando: “e adesso che ti ho perdonato accetta due bastonatine sulle cosce”. Un giorno, stanco di vivere nella solitudine, si avvicinò al suo liceo dove aveva frequentato la prima classe e attese l’uscita del suo vecchio compagno di banco. Vedendo sopraggiungere uno strano essere dai capelli appiccicosi e dal vestito stropicciato e mezzo rotto, l’amico stentò a riconoscerlo e cominciò ad allungare il passo; per fortuna la voce dello smilzo, anche se resa più rauca dalle brinate della fredda stagione, era ancora riconoscibile e l’amico si rese conto che quel rottame nauseabondo era tutto ciò che rimaneva di un educato ed elegante, anche se un po’ retrò, compagno di classe. Si voltò e fece per abbracciarlo ma quando gli fu vicino non riuscì a trattenere un senso di ripulsa per la puzza emanata dalle membra disfatte. Si tappò naso e bocca per non annusare né respirare virus letali: “No… non ti avvicinare, ma cos’hai combinato?”

Lo smilzo si nascose dietro un angolo di un palazzo per non farsi vedere dagli altri compagni, mentre il suo amico di una volta si teneva a debita distanza, un po’ per la puzza un po’ per non farsi sfottere nel caso fosse stato visto in compagnia di un tale lerciume: “Per colpa di quelle due. Mi hanno strappato il vestito e poi parlavano in modo strano, non capivo una parola” disse all’ex compagno indicandogli col dito le due amiche di terza che uscivano in quel momento dal cancello.

“Ah, per quelle? Sei stupido. Lo sai che piaci a quella più brutta? E poi quel linguaggio lo conoscono tutti, basta cambiare le vocali delle parole, adesso poi è fuori moda, abbiamo inventato un codice più sicuro, così possiamo offendere e parlare liberamente senza farci capire. Probabilmente la bionda ti voleva invitare a una sua festa, ma adesso, se sentisse quanto puzzi… sei una schifezza… vatti a lavare…”, e così detto si allontanò di corsa per non rimanere contaminato dai batteri che infestavano quello zombie da latrina pubblica.

Lo smilzo, rammaricato da un epilogo che avrebbe potuto essere diverso, ma lusingato dal sapersi oggetto di desiderio altrui, decise di seguire la “sua” biondina, proprio quella che non aveva esitato qualche mese prima a strizzargli i testicoli. Naturalmente la perse di vista perché non poteva competere a piedi con la velocità del motorino guidato dalla sua amata. Conoscendo l’indirizzo poté  raggiungere comunque tranquillamente l’abitazione rimanendo in attesa nei pressi del portone nella speranza che lei varcasse presto la soglia di casa. Non aveva fretta. Si sdraiò sopra un muretto della piazza che separava un prato da una vasca con pesci rossi circondata da una grande aiuola non ancora fiorita. Il cielo era terso e libero: nessuna scia d’aereo, né stormi di migratori schierati per il grande balzo, né una nuvola che fosse una, anche solo una parvenza, e si lasciò cullare dal tepore della luce solare che accarezzava il suo corpo stanco. Ma dopo alcune ore di attesa si dovette rassegnare a trascorrere la notte nel parco. Il gelo lo colse sotto la panchina dove si era riparato mentre l’umidità  era diventata un sottile strato di brina sulla sua giacca; neppure il sole del mattino scaldò i suoi bronchi infestati dal muco. Quando la vide uscire con lo zainetto blu sulla schiena, decise di correrle incontro nonostante soffrisse per il sudore che colava nero sulla pelle delle sue flaccide membra percorse dai brividi della febbre che doveva essere altissima. Ogni passo era un colpo di tosse. Sputava per terra catarri e grumi di sangue e si puliva la bava e il sangue con una manica di stoffa irrigidita da gelo e sporcizia. Ma non sentiva più alcun disagio, né gli importava delle sue condizioni di salute: poi si sarebbe curato, sarebbe tornato a casa, si sarebbe fatto bastonare e dopo guarito avrebbe persino ripreso a studiare, tutto questo sarebbe successo, ma dopo, solo dopo averla rivista. Quando fu abbastanza vicino le saltò addosso per darle un bacio, ma la ragazza, vedendosi investire da una cosa informe e maleodorante, ebbe un gesto istintivo di ripulsa e, non riconoscendo la sua cara vittima, cominciò a urlare richiamando l’attenzione della gente e così, mentre un vigile a distanza, vista la scena, aveva cominciato a soffiare nel fischietto in dotazione, per convogliare sul furfante l’attenzione della folla,  d’improvviso lo smilzo sentì il bruciore degli affilati sguardi indignati che affondavano come lame dentro la sua anima. Osservò la bellissima ragazza con un’espressione di adorazione sperando di essere riconosciuto prima di darsela a gambe per non farsi portare via dal vigile e per un attimo quasi gli sembrò che lei lo stesse chiamando a sé, ma la biondina continuava a urlare mentre l’acuto sibilo del fischio era sempre più intenso. Rassegnato, deluso, dispiaciuto per il tempo che aveva cominciato a scorre in fretta, fece un passo all’indietro per prepararsi alla fuga quando si sentì colpire sulle terga, qualcosa di duro e impietoso, forse il paraurti di un’auto veloce lo aveva urtato con inaudita violenza. Mentre volava in alto, prima ancora della caduta, si sentì rasserenare e non ebbe più paura delle biondine, né dei professori, né della madre con il bastone alzato, ed incrociando con lo sguardo il bel volto della ragazzina che nel frattempo si era riempito di stupore nel riconoscere il volto dimesso del grazioso, gracile ragazzo se pur incorniciato da tanta sporcizia, ebbe il tempo di gridare… “te omi”. Poi fu come tuffarsi nell’abisso di una purpurea assenza.

 (Codice del linguaggio immaginario. Sostituire le vocali della parola in italiano con le seguenti: la “a” con una “o , la “e” con una “u”, la “i” con una “e”, la “o” con una “i” e la “u” con una “a”). 
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14 risposte a Te omi

  1. lilasmile ha detto:

    C’ho messo un po’ per capire la prima frase…
    Certo ne hai di fantasia!!! 😉

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