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Primo intermezzo astratto

In quell’anno non vi furono sovvenzioni e allora i poveri dovettero imparare a mangiare quel che capitava. All’inizio poteva sembrare difficile e complicato. Mangiare ad esempio la carta fu questione di pochi giorni; i più recalcitranti continuarono a digiunare giurandosi che non avrebbero mai messo in bocca sostanze non commestibili, ma poi col tempo s’accorsero che la carta poteva possedere anche dei sapori che variavano a seconda della qualità e della materia con cui era stato fabbricato il prodotto. Quella igienica ad esempio era pastosa e vellutata allo stesso tempo, sapeva vagamente di colla alimentare e ricordava i lontani sapori dell’infanzia. Ben presto fu difficile, per i poveri, trovare la carta per pulirsi dopo l’uso del wc: la carta igienica era meglio mangiarla che insozzarla. Nacque l’idea di pulirsi con foglie o erba incolta strappata da prati dimenticati. Poi prese campo la carta da regalo, quella che una volta veniva utilizzata per ricoprire le scatole. Coloratissima e variegata cambiava sapore e profumo a seconda dei pigmenti usati per produrla: la più ricercata era quella natalizia, perché per lo meno ricordava il Natale e faceva venire a mente i bei giorni lontani in cui una zampa di gallina lessa non si negava a nessuno. Purtroppo questo nuovo modo di cibarsi ebbe i suoi effetti collaterali. Il problema, per chi mangiava carta già da molto tempo, consisteva nella difficoltà e negli sforzi inauditi con cui si era costretti ad evacuarla dagli intestini. La stitichezza quell’anno fu uno dei più grossi problemi e molti furono i morti per blocco intestinale. Allora a qualcuno venne in mente di passare all’erba e alle foglie stesse: perché usarle per pulirsi quando sarebbe stato meglio cibarsene? Bastava cuocerle o ammorbidirle in bagnomaria e poi era sempre possibile non farsi mancare ottime insalatine condite con olio e aceto. Ma l’olio e l’aceto erano introvabili e furono sostituiti da vecchi oli di risulta che una volta erano stati utilizzati nei motori delle auto e succo d’uva. Ma l’olio motore fece salire il numero delle vittime e il succo d’uva fu alla base di una campagna governativa contro i “malfattori della società”. In pratica la gente assaltava i vigneti sradicando i grappoli dai tralci e impedendo così una vendemmia che non avrebbe potuto offrire buon vino docg per le mense dei signori. La gente presa veniva immediatamente portata nei centri di riabilitazione. Si diceva che erano luoghi bellissimi dove potevi sederti a tavola e mangiare zuppe e carne; per questo molti non temevano di staccare i grappoli delle vigne anche se nessuno era mai tornato per confermare quelle voci. Senza il pane però non era più possibile andare avanti e nascevano idee sempre più originali: dalla moda di mangiare vecchi foulard a quella di ingoiare petali di rose, ma un editto vietò di tagliarle perché i giardini erano quasi tutti privati e quelli pubblici erano diventati una selva di pruni e ortiche. Anche l’ortica ebbe il suo momento d’oro ma qualcuno rimase strozzato e molti, senza poterla cuocere, non osarono masticarla più.  Questa storia andò avanti a lungo finché, sia per le morti continue dovute al cibo non commestibile, sia per gli interventi della polizia che spesso distrattamente si lasciava scappare proiettili vaganti, sia per la fame stessa che non perdonava, a qualche morto di fame venne in mente che forse sarebbe stato meglio mangiare direttamente quel bel cibo che faceva mostra di sé nelle vetrine dei supermercati: buona carne bovina della Patagonia, pane cotto nei forni di porcellana di Zanzibar, cioccolato ai crostacei di Salaparuta, insaccati neutri o potenziali di Aragona, caffè del Chianti classico. E fu così che iniziarono le violenze e i saccheggi. E il male invase quel mondo meraviglioso.

Acta est fabula, plaudite

Compratemi al mercato dei droni, immerso in una catalisi di adrenalina e residuo di minzione, corroso come le cose dimenticate ma che acquistano fascino quando nessuno le vuole più. Ma non sono un artista o un ricordo nostalgico, nemmeno uno stomaco imbalsamato in una teca per rammentare al vento che una volta digeriva. Sono un residuo bellico una bomba di speranze inesplose un pericolo per pragmatici e sguardi attaccati alla realtà del sole che gira intorno alla terra. Sono un giorno volato via e irrecuperabile, una cena con amici dispersi  nel tempo, un’eco indistinta ma capace di fare del male. Sono una torcia appassita con luce che scurisce l’aria. Sono un uomo che si masturba davanti alla bellezza o s’indigna se poi questa si fa brutta. Sono residuo di cibo intossicato, vomito del tempo, sterco di un domani irrancidito. Sono un fardello che non pesa, un boia che sviene dopo l’esecuzione, un pene che non si gonfia. Sono il vento senza l’aria, la lacrima senza il liquido, il sangue senza il rosso. Sono la merda senza la sua puzza. Al mercato costo poco ma nessuno sopporta l’odore e passa oltre.

Colorandia

Aspettavo un blu oltremare mentre indossasti una camicetta ambra che non vibrava d’armonia col soffitto ceruleo, simile al colore di quei cieli estivi mai soddisfatti né decisi, insomma quasi grigi anche nella desolazione di una calma giornata di sole; proprio quella calda ambra attorniata e circondata dai corimbi d’oro antico perduti nelle drupe violacee del sambuco, quasi mimetizzata, calore sopra calore, come per nascondere i difetti nell’amorfo suggello d’altri tempi, come per insaponare su sapone, come baciare il bacio, o irretire durante una retata. Insomma aspettavo un blu elettrico o al massimo uno zaffiro e invece emulasti l’afrore delle savane, la disperazione arida dei caravanserragli perduti nel tempo, la pozza avvelenata nell’oasi di un miraggio doloroso. Accettasti di vestire la terra, nascondendo il cielo e lo sguardo azzurro dei giovani, magari avresti anche potuto osare colori proibiti come il verde smeraldo delle antiche foreste amazzoniche che si sprigiona attraverso le volute dei fumi caldi aspersi di pioggia incessante. Per questo il reato cosparse il tuo corpo di colori riprovevoli creati con l’orrore e il disprezzo del medio vivere, colori realizzati mescolando vergognose misture ricavate dai miasmi immondi delle viscere, incorporati con pelli di colubri sibilanti tra quelle dune portate con tanto disprezzo nei party glauchi voluti dal nostro principe. Fu allora che l’Enigma, l’Origine, dette forma alla forma coprendola con una lacca diversa, di un colore nuovo mai visto, sfumato dai grigi e ricavato da una quasi assenza mista a una totalità. Fu allora che venne creato il bianco e nero, il Nulla e il Tutto. E la malattia raggiunse ogni contrada.

Nimium ne crede colori

A volte i riflessi della luce disegnano altri volti, espressioni inusuali che affiorano straniando l’immagine del visto svanendo alla prima variazione di luce ma ormai immortalate nel solco profondo dell’anima e non sai se è colore colato dal tuo tessuto o solo allucinazione disegnata e impressionatasi sui muti occhi di passaggio che incroci salendo gradinate di selce rubata alle montagne o sulle mani dei mendicanti che ignori ma che ti toccano per sempre fino al giorno della fine delle forme quando i tagli sulle tele saranno unica certezza da preservare come prova dell’atto, concetto spaziale, gesto voluto per disconnettere, scollare, tagliare la narrazione del mondo. Non accettare questa storia se nella folla brulicante nel viavai intermittente nell’abbaglio del luccichio della tangenziale sprofondata nell’orizzonte perduta tra ecchimosi nebbiose e fatue colline colorate per sbaglio dal bluff della purezza non si alza nemmeno un urlo. Se almeno la merda fosse un valore aggiunto. Ma è solo evacuazione, bisogno incontinente di appellarsi ai contenuti. Fosse invece forma d’artista da inscatolare e vendere come soprammobile da ammirare. Fosse colore debordante dal suo disegno, caduto dal suo maglione, qualcosa da poter collezionare a peso. Saluteresti quei volti chiedendo forse: di che colore sei, stamani?

Seri davvero i pattini scivolando sul mare come esche persistenti e in direzioni opposte. Là (ricordo un tempo quasi franto ossia perso in un cassetto che non riesco più ad aprire o a trovare) sulla banchina col braccio sopra le spalle di una bimba dal volto riapparso anni dopo in una foto trovata per caso nel cesto dei ricordi (com’era diversa dall’immagine ospitata dalla memoria, persa nel fioco barlume di uno sfuocato lontano), osservavo stupito una tromba marina, roteante come una trottola antica di latta con piccoli fori laterali  che emettevano fischi legati alla velocità di rotazione, sfaldarsi nei pressi di Punta Righini in un settembre confuso e da dimenticare. Ma vanamente tendevo a certe considerazioni scrivendo già allora insulse poesie intento a perdere i sapori e i profumi del mondo davanti a due possibili varianti e senza saperlo scelsi quella già scritta nel mio codice genetico. Perché ostinarsi a seguire la scia più lontana? Volti che adesso stanno sospesi a mezz’aria davanti al mio sguardo o voci persistenti nella coclea come l’ansia che cresce nella carne e nell’anima alla vista di un dito sopra un elenco di nomi prima dell’interrogazione: volti che non smetteranno mai di passare anche se sono invecchiati come foto non fissate bene e sfuggono alla memoria senza mostrarsi nitidi e certi; voci che non hanno più fonte e ti chiedi se sia l’Organo del Corti a trasferire a caso l’energia elettro-chimica. Non è un ciak, ma è come sentirsi morire e sentirsi gettato distante nell’indaco dei fiotti e dei marosi di quelle trombe.

Non dormo di notte

… nell’oscurità della cameretta prima del sonno l’aria sopra di me brulicava di forme in continuo movimento puntini e filamenti diritti come bastoncini o curvati a mezzaluna o sinuosi come colubri in amore che osservavo tra il curioso e lo spaventato poiché sapevo già che d’improvviso si sarebbero uniti fusi confusi e intrecciati per mostrare volti mostruosi e corpi deformi  danzanti ilari scontrandosi e compenetrandosi volteggiando in repentine salite fluendo sotto forma di volute mucose e ricadendo nuovamente differenti ridotti da improvvise esplosioni in un brulichio di batteri fosforescenti ma poi e lo sapevo già in anticipo sperando ogni volta che ciò non accadesse ingigantivano nell’avvicinarsi al mio volto digrignando le fauci ripugnanti dalle arcate incastonate di denti difformi e asimmetrici ma aguzzi e bave mucillaginose che colavano staccandosi dal mento come perline evanescenti e non importava aprire gli occhi o nascondere il volto sotto le coperte per annullare l’orribile visione perché quelle forme impalpabili penetravano persistevano nella stanza soffusamente schiarita da una flebile luce di un lampione che riusciva a filtrare dalle stecche delle gelosie chiuse e attraversavano la coperta di shetland che avevo alzato sopra gli occhi come ultimo bastione di difesa e non mi rimaneva che accendere la luce e contare le ore interminabili che mi separavano dall’alba eppure quei mostri che vivevano nella mia cameretta riuscivano anche a farmi compagnia adesso lo so perché a nove anni li allontanavo dormendo a luce accesa rinunciando a fare amicizia e oggi che nessuna forma mostruosa sopravvive nella mia stanza priva di luce invasa da un nero inchiostro lavagna su cui non è possibile disegnare immagini l’unico mostro rimasto sono io questo lo so anche se lo vedo nitidamente quando ricordo le bocche bavose e digrignate che nell’infanzia cercavano di carpirmi mentre adesso albergano nella mia bocca mimetizzata impavida nelle ombre della notte in attesa di mordere il collo di una femmina giovane e tenera e strappare la carne solo per un interminabile e impagabile attimo di lussuria in cui tutti i miei organi s’intrecciano e si contorcono e la mente implode lasciando libero l’urlo immondo che sale dalle mie budella crescendo come un’onda di corpo che sgorga all’esterno in un grugnito non bestiale ma umano mentre una schiuma un rigurgito di vomito e sangue esce filando in una bava che scorre fino al mento e cade al suolo sotto forma di fulve stille e quando dopo anni di ricordi e morsi sono stato ammanettato e buttato sul pianale del cellulare ululando stizzito e pieno di livore mi sono ricordato di quando da bambino mi svegliavo urlando e piangendo affranto dal terrore di essere rimasto solo unico mostro possibile…

Tautogramma in b

bla bla blaterasti bianca bambina
benché bionda baciando nel boudoir
benché bevendo un buon bianco e un babà
ballavi nel balenio o burattina;

bel bianco brulichio: la tua beltà
barasti brevemente belluina
bardata di blusetta bombicina
barasti bionda benché brevità;

brinda sul bordo bigio d’una bricca
brinda nel bubbolio blasonato
bei benestanti e battone con brocca;

baciava il bardo di bava bordato,
brusio di bravi babbi, la tua bocca
blindata, baciava sul basolato

Prime danze

… si muovevano nelle prime danze dell’anno nuovo lasciando i corpi fluidi nel ritmo di una melodia rockeggiante riprodotta con una tastiera Yamaha sovrastata dalla voce squillante di una ragazza in una precaria pista tra la madia in castagno e i tavoli dove i danzatori forzati avevano da poco consumato il cenone di San Silvestro con tanto di bresaola tortelli con salsa  scaloppina patatine e dolci vari agli auguri reciproci quando d’improvviso musica brusio e risatine fittizie svanirono e i movimenti intermittenti del ragazzo divennero un ridicolo dimenarsi irritante così come apparve ridicola l’onda formata dalla somma di tutte le contorsioni dei corpi degli improvvisati ballerini e lei si sentì quasi normale anche se fino ad allora aveva provato vergogna per il suo rifiuto di buttarsi a pestare il nembro rosato ancheggiando tra il rack con le bottiglie di vino rosso e due prosciutti salati che dondolavano appesi alla catena di una capriata ma ad ogni modo avrebbe ceduto di fronte alle fastidiose richieste di un acefalo amichetto impostogli da una logorroica amica che l’aveva trascinata nell’incubo solo per seguire uno che si voleva fare quanto prima ma le disgrazie non arrivano mai da sole e con loro si era aggregato un altro che si divertiva a sfotterla sperando di rimanere simpatico nel buttare a caso battute pesanti e drammatiche del tipo qui sul pavimento scommetto hanno scopato alla grande stamani per renderlo così pulito e lei per non portare acqua al mulino della disperazione dell’amica era costretta a mostrare un sorriso grande quanto la noia che l’obbligava ad allargare la bocca in grossi caldi sbadigli eppure stava per cascarci e quasi s’era fatta trascinare sulla pista e aveva cominciato ad ondeggiare sinuosamente mostrando le sue gambe avvolte in calze nere sheer da 15 denari che trattenevano ancora il calore delle carezze di mani delicate e leggere del suo uomo che riusciva a farle battere il cuore ma che l’aveva salutata in un giorno di fine estate mentre erano seduti in un’auto proiettata sul rosseggiante tramonto dicendole pochi minuti dopo aver goduto e offerto il suo seme che sarebbe partito per la Thailandia al servizio di una organizzazione non governativa lasciandole una schifezza dolorante nello stomaco e ad ogni modo vedendo lo sguardo di sbieco del ragazzo sulle sue gambe gonfie si era ritirata sulla sedia fino all’improvviso silenzio dove tutti parevano galleggiare nel vuoto di una disperazione camuffata e infine stanca per il peso della mano del molestatore sempre posata sulle spalle e talvolta sul culo l’aveva preso portato fuori e tirato fino al vecchio ponte sul Lorenaccio che conduce al borgo medievale del Borro e avvicinando le sue labbra insanguinate da un gloss party red all’orecchio del ragazzo mentre la piramide olfattiva del suo Samsara di Guerlain inondava tutt’intorno l’aria fredda della notte gli aveva detto con tutta la volgarità che poteva faticosamente tirare fuori dal profondo della sua anima sono stata ingravidata…

Solstizio

… nei giorni più opachi di un anno perduto tra fresche stagioni e ricordi flou il vecchio intento a portare alla bocca un cucchiaio colmo del suo passato incollato alla sua carrozzella nel tentativo di alzarsi cade sbattendo il volto rialzandosi in piedi col sangue colante da nuove narici adesso si sente in forze capace di camminare ma non è l’ospizio il suo alloggio dimorando nella trincea accanto ad altri fratelli dai volti tumefatti e anneriti dalla polvere da sparo mentre il fango cola sugli scarponi terra patria liquefatta da pioggia incessante e fredda come quel gelato troppo compatto per una bocca edentula che l’infermiera gli ha appena calato nella gola non sa se riuscirà a morderlo e leccarlo è un’impresa con la lingua tumefatta da una neoplasia che lo sta consumando e allo stesso tempo il volto insanguinato per un’esplosione vicina dopo che si è rialzato per un attimo svenendo è stato preso e portato nelle retrovie impedendogli così di andare a morire col pugnale tra le labbra nella battaglia del solstizio non sarà nel novero dei novantamila morti e avrà una vita lunga che adesso preferisce non ricordare anche se immagini lontane si legano alla storia del suo paese la seconda guerra e troppo vecchio per combatterla e il ricovero nel manicomio  per non avere ricordi adesso sulla sua sedia morendo vede i giorni impilati come sfoglie sottili che non formano spessore il tempo è sempre poco anche se la vita sembra lunga e non può non deve morire col gusto congelato al pistacchio succhiato dalla sua bocca vuota e dolorante cadendo dalla sedia e insanguinandosi il volto sulla pietra sbrecciata deve impegnarsi a ricordare quel giorno in cui avrebbe dovuto trovarsi a qualche metro di distanza quando il sergente lo chiamò a sé e lui s’attardò per allacciarsi lo scarpone sì adesso vede i lacci sciolti e il suo superiore gli dice che è l’ora spazzeranno via gli austriaci mentre l’artiglieria bombarda le avanguardie nemiche e cadono le schegge sparate dai mortai e lui non allaccia le stringhe e va incontro al sergente e insieme a cento mille altri correranno col pugnale uccidendo e ricacciando il nemico sapendo che non sarà mai un vecchio abbandonato e obbligato ad obbedire a una stupida infermiera nata in un mondo libero ora che le sue spoglie riposano nell’ossario di Fagarè e mentre quel corpo vecchio svanisce e si incarna nei resti di un milite ignoto morto in battaglia il sorriso di una bocca marcia affiora sulle labbra giovani di un eroe colpito al di là del Piave che cade sbattendo la testa su una pietra sbrecciata sa di avere tutto il tempo dell’universo…

Te omi

“Qaul rogozzi u bulli mo embronoti sucindi mu scipo bunu”.

Lo smilzo e smunto ragazzo non riusciva a capire. A distanza convenuta da una bellissima femmina, proprio perché era quello il momento più coraggioso che gli era permesso di sostenere, non distingueva bene le parole, ma era convinto che si rivolgesse proprio a lui. Il cuore gli palpitava nella gola mentre le pulsazioni gli esplodevano nelle arterie cerebellari, un’emozione simile ad una sensazione lontana nel tempo, provata molti anni prima alle elementari, quando una bambina seduta al banco davanti al suo si era voltata dicendogli: “Tu sei mio marito”. All’epoca  le parole gli si erano incastrate nella trachea ed era divenuto rosso in viso, mentre la bambina aveva continuato a sorridergli. Per anni aveva ripensato a quel momento. Gli era venuto persino in mente di rintracciarla, perché l’aveva persa di vista avendo frequentato un’altra scuola. Poiché abitava nei paraggi, l’aveva incontrata per caso qualche anno dopo, ma il sorriso di fanciulla non le allargava più gli occhi e forse, adesso, lei stessa non lo avrebbe più voluto come marito. Ma… quelle frasi incomprensibili, mentre le due squinzie guardavano verso di lui sghignazzando… forse lo stavano sfottendo. Per difendersi si allontanò guardandole negli occhi e alzando il pugno chiuso con il medio alzato al cielo. Le due ragazze, di qualche anno più grandi, cominciarono a corrergli dietro sbraitando e minacciandolo. Lo raggiunsero nei pressi di una panchina in una piazza domenicale. Quel giorno la mamma gli aveva fatto indossare il vestito buono, una drop dieci di un blu scuro, camicia bianca in popeline e cravatta regimental: per andare alla messa, gli aveva detto la mamma, e attento a non sporcarti. Impacciato dalle scarpe nuove e strette che gli avevano già lasciato una piaga dietro il tallone, non riuscì a seminarle e venne scaraventato con una spinta sulla panchina imbrattata dal guano. Gli furono sopra e cominciarono a colpirlo al volto e sui testicoli. Mentre ne prendeva di santa ragione vedeva il braccio della mamma pronto a sferrargli una bastonata sulle gambe.

“Stronzo e pensare che me peocuvo mo scimmutti chu cu l’hoe peccili”

 “Ma che cazzo dite!”

Le due se ne andarono ridendo e voltandosi in continuazione urlandogli i loro volgari “vaffanculo impotente”.

Per timore di essere bastonato dalla mamma, perché ogni volta che rientrava con una macchia sul vestito sua madre lo picchiava con un bastone sulle gambe e figuriamoci stavolta cosa le avrebbe fatto per via del vestito sporco col taschino della giacca sdrucito e strappato da quelle due stronze, decise di non rientrare vivendo di espedienti e arrangiandosi come capitava. La notte dormiva in un capannone industriale in disuso, vicino a dei bidoni con un teschio nero su campo giallo stampato sulla lamiera, il giorno camminava nei pressi di un mercatino rionale vicino ai banchi della frutta e dei dolciumi, ogni tanto riusciva persino a rubare qualcosa da mettere sotto i denti, finché, dopo un mese di quella nuova vita, sulla civetta di un quotidiano lesse la notizia della sua scomparsa: la mamma piangente gli chiedeva di ritornare e giurava che non lo avrebbe punito: “ti perdono, qualunque cosa tu abbia fatto”. Già la sua mente correva verso un probabile futuro in cui vedeva la sua figura esile, dalla camminata incerta, suonare il campanello di casa, rientrare e correre verso la madre sorridente e felice che lo abbracciava sussurrando: “e adesso che ti ho perdonato accetta due bastonatine sulle cosce”. Un giorno, stanco di vivere nella solitudine, si avvicinò al suo liceo dove aveva frequentato la prima classe e attese l’uscita del suo vecchio compagno di banco. Vedendo sopraggiungere uno strano essere dai capelli appiccicosi e dal vestito stropicciato e mezzo rotto, l’amico stentò a riconoscerlo e cominciò ad allungare il passo; per fortuna la voce dello smilzo, anche se resa più rauca dalle brinate della fredda stagione, era ancora riconoscibile e l’amico si rese conto che quel rottame nauseabondo era tutto ciò che rimaneva di un educato ed elegante, anche se un po’ retrò, compagno di classe. Si voltò e fece per abbracciarlo ma quando gli fu vicino non riuscì a trattenere un senso di ripulsa per la puzza emanata dalle membra disfatte. Si tappò naso e bocca per non annusare né respirare virus letali: “No… non ti avvicinare, ma cos’hai combinato?”

Lo smilzo si nascose dietro un angolo di un palazzo per non farsi vedere dagli altri compagni, mentre il suo amico di una volta si teneva a debita distanza, un po’ per la puzza un po’ per non farsi sfottere nel caso fosse stato visto in compagnia di un tale lerciume: “Per colpa di quelle due. Mi hanno strappato il vestito e poi parlavano in modo strano, non capivo una parola” disse all’ex compagno indicandogli col dito le due amiche di terza che uscivano in quel momento dal cancello.

“Ah, per quelle? Sei stupido. Lo sai che piaci a quella più brutta? E poi quel linguaggio lo conoscono tutti, basta cambiare le vocali delle parole, adesso poi è fuori moda, abbiamo inventato un codice più sicuro, così possiamo offendere e parlare liberamente senza farci capire. Probabilmente la bionda ti voleva invitare a una sua festa, ma adesso, se sentisse quanto puzzi… sei una schifezza… vatti a lavare…”, e così detto si allontanò di corsa per non rimanere contaminato dai batteri che infestavano quello zombie da latrina pubblica.

Lo smilzo, rammaricato da un epilogo che avrebbe potuto essere diverso, ma lusingato dal sapersi oggetto di desiderio altrui, decise di seguire la “sua” biondina, proprio quella che non aveva esitato qualche mese prima a strizzargli i testicoli. Naturalmente la perse di vista perché non poteva competere a piedi con la velocità del motorino guidato dalla sua amata. Conoscendo l’indirizzo poté  raggiungere comunque tranquillamente l’abitazione rimanendo in attesa nei pressi del portone nella speranza che lei varcasse presto la soglia di casa. Non aveva fretta. Si sdraiò sopra un muretto della piazza che separava un prato da una vasca con pesci rossi circondata da una grande aiuola non ancora fiorita. Il cielo era terso e libero: nessuna scia d’aereo, né stormi di migratori schierati per il grande balzo, né una nuvola che fosse una, anche solo una parvenza, e si lasciò cullare dal tepore della luce solare che accarezzava il suo corpo stanco. Ma dopo alcune ore di attesa si dovette rassegnare a trascorrere la notte nel parco. Il gelo lo colse sotto la panchina dove si era riparato mentre l’umidità  era diventata un sottile strato di brina sulla sua giacca; neppure il sole del mattino scaldò i suoi bronchi infestati dal muco. Quando la vide uscire con lo zainetto blu sulla schiena, decise di correrle incontro nonostante soffrisse per il sudore che colava nero sulla pelle delle sue flaccide membra percorse dai brividi della febbre che doveva essere altissima. Ogni passo era un colpo di tosse. Sputava per terra catarri e grumi di sangue e si puliva la bava e il sangue con una manica di stoffa irrigidita da gelo e sporcizia. Ma non sentiva più alcun disagio, né gli importava delle sue condizioni di salute: poi si sarebbe curato, sarebbe tornato a casa, si sarebbe fatto bastonare e dopo guarito avrebbe persino ripreso a studiare, tutto questo sarebbe successo, ma dopo, solo dopo averla rivista. Quando fu abbastanza vicino le saltò addosso per darle un bacio, ma la ragazza, vedendosi investire da una cosa informe e maleodorante, ebbe un gesto istintivo di ripulsa e, non riconoscendo la sua cara vittima, cominciò a urlare richiamando l’attenzione della gente e così, mentre un vigile a distanza, vista la scena, aveva cominciato a soffiare nel fischietto in dotazione, per convogliare sul furfante l’attenzione della folla,  d’improvviso lo smilzo sentì il bruciore degli affilati sguardi indignati che affondavano come lame dentro la sua anima. Osservò la bellissima ragazza con un’espressione di adorazione sperando di essere riconosciuto prima di darsela a gambe per non farsi portare via dal vigile e per un attimo quasi gli sembrò che lei lo stesse chiamando a sé, ma la biondina continuava a urlare mentre l’acuto sibilo del fischio era sempre più intenso. Rassegnato, deluso, dispiaciuto per il tempo che aveva cominciato a scorre in fretta, fece un passo all’indietro per prepararsi alla fuga quando si sentì colpire sulle terga, qualcosa di duro e impietoso, forse il paraurti di un’auto veloce lo aveva urtato con inaudita violenza. Mentre volava in alto, prima ancora della caduta, si sentì rasserenare e non ebbe più paura delle biondine, né dei professori, né della madre con il bastone alzato, ed incrociando con lo sguardo il bel volto della ragazzina che nel frattempo si era riempito di stupore nel riconoscere il volto dimesso del grazioso, gracile ragazzo se pur incorniciato da tanta sporcizia, ebbe il tempo di gridare… “te omi”. Poi fu come tuffarsi nell’abisso di una purpurea assenza.

 (Codice del linguaggio immaginario. Sostituire le vocali della parola in italiano con le seguenti: la “a” con una “o , la “e” con una “u”, la “i” con una “e”, la “o” con una “i” e la “u” con una “a”). 

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