Corpo di ragazza
Ho succhiato caramelle dai sedici anni nei gorghi infetti delle stradine cadenti, dove il sole adocchia per un attimo e sguscia via, dietro i tetti, dai corbelli delle case fatiscenti assorte assorbendo calore, come una pelle d’avorio ovattato asciugatasi nel torrido torpore marino di un agosto scorso. Nel seguente eritema, laggiù, alla stazione di… quella vicino… sì dove i calamistri sfiorano tristi gli inguini sotto i tabarri e nelle vaghe ore serali efebiche ragazze orchestrano e pencolanti ingurgitano anfetamine nel tananai notturno… sì laggiù dove ho iniziato a irrumare sezioni asciutte di forme sotto i neon delle stazioncine perse nei ricordi degli anni settanta, ricavando solo un futuro differente, comprendente omaggi di lividi sugli zigomi e buchi rigonfi sui bicipiti anoressici. Ebbene lì nel dormiveglia post-sessuale, comprendente dolori non localizzabili e un senso di gusto atavico e inutile come un giorno perso inutilmente a cercare un colore familiare, sì, proprio lì, posata come una cosa morta sul giaciglio roso dalle muffe e tagliato dalle molle spezzate, ho visto un riflesso evanescente poi sfocato e impreciso, un volto dai contorni sbagliati, pallido, emaciato e percorso, appena sulle labbra, da un rigo di bava biancastra. E non mi sono riconosciuta.