Seri davvero i pattini scivolando sul mare come esche persistenti e in direzioni opposte. Là (ricordo un tempo quasi franto ossia perso in un cassetto che non riesco più ad aprire o a trovare) sulla banchina col braccio sopra le spalle di una bimba dal volto riapparso anni dopo in una foto trovata per caso nel cesto dei ricordi (com’era diversa dall’immagine ospitata dalla memoria, persa nel fioco barlume di uno sfuocato lontano), osservavo stupito una tromba marina, roteante come una trottola antica di latta con piccoli fori laterali che emettevano fischi legati alla velocità di rotazione, sfaldarsi nei pressi di Punta Righini in un settembre confuso e da dimenticare. Ma vanamente tendevo a certe considerazioni scrivendo già allora insulse poesie intento a perdere i sapori e i profumi del mondo davanti a due possibili varianti e senza saperlo scelsi quella già scritta nel mio codice genetico. Perché ostinarsi a seguire la scia più lontana? Volti che adesso stanno sospesi a mezz’aria davanti al mio sguardo o voci persistenti nella coclea come l’ansia che cresce nella carne e nell’anima alla vista di un dito sopra un elenco di nomi prima dell’interrogazione: volti che non smetteranno mai di passare anche se sono invecchiati come foto non fissate bene e sfuggono alla memoria senza mostrarsi nitidi e certi; voci che non hanno più fonte e ti chiedi se sia l’Organo del Corti a trasferire a caso l’energia elettro-chimica. Non è un ciak, ma è come sentirsi morire e sentirsi gettato distante nell’indaco dei fiotti e dei marosi di quelle trombe.
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bla bla blaterasti bianca bambina
benché bionda baciando nel boudoir
benché bevendo un buon bianco e un babà
ballavi nel balenio o burattina;
bel bianco brulichio: la tua beltà
barasti brevemente belluina
bardata di blusetta bombicina
barasti bionda benché brevità;
brinda sul bordo bigio d’una bricca
brinda nel bubbolio blasonato
bei benestanti e battone con brocca;
baciava il bardo di bava bordato,
brusio di bravi babbi, la tua bocca
blindata, baciava sul basolato
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… si muovevano nelle prime danze dell’anno nuovo lasciando i corpi fluidi nel ritmo di una melodia rockeggiante riprodotta con una tastiera Yamaha sovrastata dalla voce squillante di una ragazza in una precaria pista tra la madia in castagno e i tavoli dove i danzatori forzati avevano da poco consumato il cenone di San Silvestro con tanto di bresaola tortelli con salsa scaloppina patatine e dolci vari agli auguri reciproci quando d’improvviso musica brusio e risatine fittizie svanirono e i movimenti intermittenti del ragazzo divennero un ridicolo dimenarsi irritante così come apparve ridicola l’onda formata dalla somma di tutte le contorsioni dei corpi degli improvvisati ballerini e lei si sentì quasi normale anche se fino ad allora aveva provato vergogna per il suo rifiuto di buttarsi a pestare il nembro rosato ancheggiando tra il rack con le bottiglie di vino rosso e due prosciutti salati che dondolavano appesi alla catena di una capriata ma ad ogni modo avrebbe ceduto di fronte alle fastidiose richieste di un acefalo amichetto impostogli da una logorroica amica che l’aveva trascinata nell’incubo solo per seguire uno che si voleva fare quanto prima ma le disgrazie non arrivano mai da sole e con loro si era aggregato un altro che si divertiva a sfotterla sperando di rimanere simpatico nel buttare a caso battute pesanti e drammatiche del tipo qui sul pavimento scommetto hanno scopato alla grande stamani per renderlo così pulito e lei per non portare acqua al mulino della disperazione dell’amica era costretta a mostrare un sorriso grande quanto la noia che l’obbligava ad allargare la bocca in grossi caldi sbadigli eppure stava per cascarci e quasi s’era fatta trascinare sulla pista e aveva cominciato ad ondeggiare sinuosamente mostrando le sue gambe avvolte in calze nere sheer da 15 denari che trattenevano ancora il calore delle carezze di mani delicate e leggere del suo uomo che riusciva a farle battere il cuore ma che l’aveva salutata in un giorno di fine estate mentre erano seduti in un’auto proiettata sul rosseggiante tramonto dicendole pochi minuti dopo aver goduto e offerto il suo seme che sarebbe partito per la Thailandia al servizio di una organizzazione non governativa lasciandole una schifezza dolorante nello stomaco e ad ogni modo vedendo lo sguardo di sbieco del ragazzo sulle sue gambe gonfie si era ritirata sulla sedia fino all’improvviso silenzio dove tutti parevano galleggiare nel vuoto di una disperazione camuffata e infine stanca per il peso della mano del molestatore sempre posata sulle spalle e talvolta sul culo l’aveva preso portato fuori e tirato fino al vecchio ponte sul Lorenaccio che conduce al borgo medievale del Borro e avvicinando le sue labbra insanguinate da un gloss party red all’orecchio del ragazzo mentre la piramide olfattiva del suo Samsara di Guerlain inondava tutt’intorno l’aria fredda della notte gli aveva detto con tutta la volgarità che poteva faticosamente tirare fuori dal profondo della sua anima sono stata ingravidata…
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“Qaul rogozzi u bulli mo embronoti sucindi mu scipo bunu”.
Lo smilzo e smunto ragazzo non riusciva a capire. A distanza convenuta da una bellissima femmina, proprio perché era quello il momento più coraggioso che gli era permesso di sostenere, non distingueva bene le parole, ma era convinto che si rivolgesse proprio a lui. Il cuore gli palpitava nella gola mentre le pulsazioni gli esplodevano nelle arterie cerebellari, un’emozione simile ad una sensazione lontana nel tempo, provata molti anni prima alle elementari, quando una bambina seduta al banco davanti al suo si era voltata dicendogli: “Tu sei mio marito”. All’epoca le parole gli si erano incastrate nella trachea ed era divenuto rosso in viso, mentre la bambina aveva continuato a sorridergli. Per anni aveva ripensato a quel momento. Gli era venuto persino in mente di rintracciarla, perché l’aveva persa di vista avendo frequentato un’altra scuola. Poiché abitava nei paraggi, l’aveva incontrata per caso qualche anno dopo, ma il sorriso di fanciulla non le allargava più gli occhi e forse, adesso, lei stessa non lo avrebbe più voluto come marito. Ma… quelle frasi incomprensibili, mentre le due squinzie guardavano verso di lui sghignazzando… forse lo stavano sfottendo. Per difendersi si allontanò guardandole negli occhi e alzando il pugno chiuso con il medio alzato al cielo. Le due ragazze, di qualche anno più grandi, cominciarono a corrergli dietro sbraitando e minacciandolo. Lo raggiunsero nei pressi di una panchina in una piazza domenicale. Quel giorno la mamma gli aveva fatto indossare il vestito buono, una drop dieci di un blu scuro, camicia bianca in popeline e cravatta regimental: per andare alla messa, gli aveva detto la mamma, e attento a non sporcarti. Impacciato dalle scarpe nuove e strette che gli avevano già lasciato una piaga dietro il tallone, non riuscì a seminarle e venne scaraventato con una spinta sulla panchina imbrattata dal guano. Gli furono sopra e cominciarono a colpirlo al volto e sui testicoli. Mentre ne prendeva di santa ragione vedeva il braccio della mamma pronto a sferrargli una bastonata sulle gambe.
“Stronzo e pensare che me peocuvo mo scimmutti chu cu l’hoe peccili”
“Ma che cazzo dite!”
Le due se ne andarono ridendo e voltandosi in continuazione urlandogli i loro volgari “vaffanculo impotente”.
Per timore di essere bastonato dalla mamma, perché ogni volta che rientrava con una macchia sul vestito sua madre lo picchiava con un bastone sulle gambe e figuriamoci stavolta cosa le avrebbe fatto per via del vestito sporco col taschino della giacca sdrucito e strappato da quelle due stronze, decise di non rientrare vivendo di espedienti e arrangiandosi come capitava. La notte dormiva in un capannone industriale in disuso, vicino a dei bidoni con un teschio nero su campo giallo stampato sulla lamiera, il giorno camminava nei pressi di un mercatino rionale vicino ai banchi della frutta e dei dolciumi, ogni tanto riusciva persino a rubare qualcosa da mettere sotto i denti, finché, dopo un mese di quella nuova vita, sulla civetta di un quotidiano lesse la notizia della sua scomparsa: la mamma piangente gli chiedeva di ritornare e giurava che non lo avrebbe punito: “ti perdono, qualunque cosa tu abbia fatto”. Già la sua mente correva verso un probabile futuro in cui vedeva la sua figura esile, dalla camminata incerta, suonare il campanello di casa, rientrare e correre verso la madre sorridente e felice che lo abbracciava sussurrando: “e adesso che ti ho perdonato accetta due bastonatine sulle cosce”. Un giorno, stanco di vivere nella solitudine, si avvicinò al suo liceo dove aveva frequentato la prima classe e attese l’uscita del suo vecchio compagno di banco. Vedendo sopraggiungere uno strano essere dai capelli appiccicosi e dal vestito stropicciato e mezzo rotto, l’amico stentò a riconoscerlo e cominciò ad allungare il passo; per fortuna la voce dello smilzo, anche se resa più rauca dalle brinate della fredda stagione, era ancora riconoscibile e l’amico si rese conto che quel rottame nauseabondo era tutto ciò che rimaneva di un educato ed elegante, anche se un po’ retrò, compagno di classe. Si voltò e fece per abbracciarlo ma quando gli fu vicino non riuscì a trattenere un senso di ripulsa per la puzza emanata dalle membra disfatte. Si tappò naso e bocca per non annusare né respirare virus letali: “No… non ti avvicinare, ma cos’hai combinato?”
Lo smilzo si nascose dietro un angolo di un palazzo per non farsi vedere dagli altri compagni, mentre il suo amico di una volta si teneva a debita distanza, un po’ per la puzza un po’ per non farsi sfottere nel caso fosse stato visto in compagnia di un tale lerciume: “Per colpa di quelle due. Mi hanno strappato il vestito e poi parlavano in modo strano, non capivo una parola” disse all’ex compagno indicandogli col dito le due amiche di terza che uscivano in quel momento dal cancello.
“Ah, per quelle? Sei stupido. Lo sai che piaci a quella più brutta? E poi quel linguaggio lo conoscono tutti, basta cambiare le vocali delle parole, adesso poi è fuori moda, abbiamo inventato un codice più sicuro, così possiamo offendere e parlare liberamente senza farci capire. Probabilmente la bionda ti voleva invitare a una sua festa, ma adesso, se sentisse quanto puzzi… sei una schifezza… vatti a lavare…”, e così detto si allontanò di corsa per non rimanere contaminato dai batteri che infestavano quello zombie da latrina pubblica.
Lo smilzo, rammaricato da un epilogo che avrebbe potuto essere diverso, ma lusingato dal sapersi oggetto di desiderio altrui, decise di seguire la “sua” biondina, proprio quella che non aveva esitato qualche mese prima a strizzargli i testicoli. Naturalmente la perse di vista perché non poteva competere a piedi con la velocità del motorino guidato dalla sua amata. Conoscendo l’indirizzo poté raggiungere comunque tranquillamente l’abitazione rimanendo in attesa nei pressi del portone nella speranza che lei varcasse presto la soglia di casa. Non aveva fretta. Si sdraiò sopra un muretto della piazza che separava un prato da una vasca con pesci rossi circondata da una grande aiuola non ancora fiorita. Il cielo era terso e libero: nessuna scia d’aereo, né stormi di migratori schierati per il grande balzo, né una nuvola che fosse una, anche solo una parvenza, e si lasciò cullare dal tepore della luce solare che accarezzava il suo corpo stanco. Ma dopo alcune ore di attesa si dovette rassegnare a trascorrere la notte nel parco. Il gelo lo colse sotto la panchina dove si era riparato mentre l’umidità era diventata un sottile strato di brina sulla sua giacca; neppure il sole del mattino scaldò i suoi bronchi infestati dal muco. Quando la vide uscire con lo zainetto blu sulla schiena, decise di correrle incontro nonostante soffrisse per il sudore che colava nero sulla pelle delle sue flaccide membra percorse dai brividi della febbre che doveva essere altissima. Ogni passo era un colpo di tosse. Sputava per terra catarri e grumi di sangue e si puliva la bava e il sangue con una manica di stoffa irrigidita da gelo e sporcizia. Ma non sentiva più alcun disagio, né gli importava delle sue condizioni di salute: poi si sarebbe curato, sarebbe tornato a casa, si sarebbe fatto bastonare e dopo guarito avrebbe persino ripreso a studiare, tutto questo sarebbe successo, ma dopo, solo dopo averla rivista. Quando fu abbastanza vicino le saltò addosso per darle un bacio, ma la ragazza, vedendosi investire da una cosa informe e maleodorante, ebbe un gesto istintivo di ripulsa e, non riconoscendo la sua cara vittima, cominciò a urlare richiamando l’attenzione della gente e così, mentre un vigile a distanza, vista la scena, aveva cominciato a soffiare nel fischietto in dotazione, per convogliare sul furfante l’attenzione della folla, d’improvviso lo smilzo sentì il bruciore degli affilati sguardi indignati che affondavano come lame dentro la sua anima. Osservò la bellissima ragazza con un’espressione di adorazione sperando di essere riconosciuto prima di darsela a gambe per non farsi portare via dal vigile e per un attimo quasi gli sembrò che lei lo stesse chiamando a sé, ma la biondina continuava a urlare mentre l’acuto sibilo del fischio era sempre più intenso. Rassegnato, deluso, dispiaciuto per il tempo che aveva cominciato a scorre in fretta, fece un passo all’indietro per prepararsi alla fuga quando si sentì colpire sulle terga, qualcosa di duro e impietoso, forse il paraurti di un’auto veloce lo aveva urtato con inaudita violenza. Mentre volava in alto, prima ancora della caduta, si sentì rasserenare e non ebbe più paura delle biondine, né dei professori, né della madre con il bastone alzato, ed incrociando con lo sguardo il bel volto della ragazzina che nel frattempo si era riempito di stupore nel riconoscere il volto dimesso del grazioso, gracile ragazzo se pur incorniciato da tanta sporcizia, ebbe il tempo di gridare… “te omi”. Poi fu come tuffarsi nell’abisso di una purpurea assenza.
(Codice del linguaggio immaginario. Sostituire le vocali della parola in italiano con le seguenti: la “a” con una “o , la “e” con una “u”, la “i” con una “e”, la “o” con una “i” e la “u” con una “a”).Pubblicato in Racconti | Contrassegnato da tag ricordi, Infanzia, Linguaggi | Lascia un commento »
Punti di luce privi di sorrisi
strisce di vecchi campi abbandonati
tra nuove vie e palazzi mai divisi
dove non c’è festa per i neonati
Le madri che piangono e già in crisi
sgridano i propri figli nei mercati
E mai giungeranno i tuoi paradisi
mentre i giorni felici son passati
Vorresti urlare ma ti manca l’aria
correre in mezzo al traffico che geme
farti largo tra la folla dei paria
Nei bar ci si ciba di dolci e creme
la sera in pizzeria tra gente varia
si ride ormai senza nessuna speme
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Per quanto non abbia mai capito perché un velocista deve sempre avere la meglio su un povero storpio, come ad esempio il valoroso Eubulo che ha combattuto nella battaglia di Imera nel 296, sotto il comando di Gelone di Siracusa contro le forze di Amilcare, generale dei Cartaginesi, devo accettare i responsi del campo. Anche se nel fiore degli anni, non ha potuto partecipare agli agoni olimpici del 304 e calpestare la sabbia dell’arena. Era un abile pancrazista e con un po’ di fortuna avrebbe potuto vincere ad Olimpia nel 300 e diventare famosissimo, ma fu tradito dal suo ginocchio destro che cedette per via di una spinta improvvisa ed espose il suo corpo ad una presa al tronco detta Meson Echein che lo proiettò violentemente al suolo. Mentre Eubulo cercava di rialzarsi, l’altro gli sferrò un pugno violento sul costato togliendogli il respiro. Eubulo ebbe un rantolo, e un grumo di sangue uscì dalla sua bocca, rimanendo bloccato a terra senza forze. Il possente e impietoso avversario lo rigirò e gli afferrò una gamba piegandola e spezzandogli la tibia. Da allora Eubulo non poté più combattere e dovette ritirarsi mestamente da ogni competizione. Oggi invece potrà soltanto vedere i giochi dalla gradinata e tifare per l’uno o l’altro concorrente e rammentare con tristezza quel momento, soltanto uno, in cui avrebbe potuto avere ai suoi piedi l’intera Siracusa. Adesso che non lotta più, anche se è sempre bene stargli alla larga per via della forza che ancora scorre nelle braccia, i ragazzini lo sfidano a gareggiare, pensando di allenarsi per i prossimi agoni, correndo come lepri per il fatto che è sempre un bene non farsi riprendere da Eubulo, poiché Eubulo è una lenta tartaruga che non raggiungerà nemmeno i corridori meno lesti del mondo greco. Eppure penso e ripenso e credo che nella mia mente alla fine la tartaruga Eubulo, se fosse inseguita da un veloce corridore, come Coroibo di Elide vincitore nello stadio o come Astylos di Crotone, passato poi a Siracusa, vincitore nello stadio, nel diaulo e nell’oplite, non potrebbe essere raggiunta visto che comunque sia, ad esempio, pure Achille non potrebbe mai raggiungere la tartaruga la quale nel frattempo avrebbe percorso una altro spazio e così all’infinito. Ecco, dico, ricordo che all’epoca ero un bambino e che l’illustre lottatore rimarrà per sempre nella memoria e anche se nessuno, supponiamo tra duemila anni, lo ricorderà più sono sicuro che tutti riconosceranno e capiranno che nei sogni Achille non raggiungerà mai la tartaruga.
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Corrompere i propositi non è come cambiare vestito la sera, o come, ricordo, quando seguivo da adolescente la ragazzina in bicicletta, quella con i capelli scuri e la coda di cavallo che le accarezzava la schiena scoperta per via di una canottiera estiva di cotone, quella che mi fu presentata da un amico di classe, un certo, sì quello con la madre anziana che poi si è diplomato al liceo artistico in Via Cavour, ormai chiuso da tempo, presentatami dicevo da questo amico che una volta a casa sua scrissi una poesia sul disegno da lui dipinto sul cartoncino bristol: giocavamo a fare i dadaisti, bevendo birra a undici anni e anche sambuca: ma per la sambuca posso garantire solo per me, perché la bevevo a casa di nascosto. Quando tutti dormivano, e ancora mio padre e mia madre potevano sognare insieme la loro vita passata, durante la notte aprivo in silenzio lo sportello del buffet impiallacciato in ciliegio e inserivo la mano tra alcuni Old fashioned con fogliolina e ciliegina incise sul vetro e un vassoio con un servito di tazzine da caffè in porcellana Capodimonte che mio padre aveva portato da una delle sue gite di lavoro da autotrasportatore acquistate o forse avute in omaggio perché difettose. Appunto badando a incuneare mano e braccio in un selva di chincaglieria fragile e rumorosa arrivavo fino ai liquori, facendo attenzione a non urtare il Ballantine’s o l’Etichetta Nera e agguantando la Sambuca che all’epoca era molto gustosa. Una volta ne bevvi mezzo litro. Vagavo per la casa sbattendo sui muri e colpendo con le gambe le sedie che cadevano rovinosamente a terra, mi piegavo dal dolore e vomitavo cercando di centrare la tazza del wc che puntualmente mancavo e allora dovevo pulire prima che si alzassero i miei e in seguito dovevo fingere di essere sobrio per non dare a vedere che già il mondo mi pareva mezzo vuoto. Quel giorno avevo bevuto due bicchieri, riempiendo all’orlo un ballon glass molto capiente, e l’amico mi lasciò solo con la ragazza. Procedendo insieme sulle biciclette, mentre le ruote rotolavano sul lastricato interdetto alle auto, su cui si affacciavano prati circondati da siepi di Agazzino con le sue bacche arancione e aspre che amavo mangiare in autunno, e dove facevano foggia di sé lussuriosi lecci, ontani, pioppi e platani all’epoca non ancora abbattuti, cercavamo in qualche modo di comunicare: lei sprizzando da tutti i pori della sua pelle feromoni a volontà ed io al contrario elargendo verbosità gratuita prelevata direttamente dalle mie paure dell’infanzia e raccattata su qualche libro letto nella biblioteca di quartiere; una verbosità però casuale che usciva libera dalla mia bocca già in parte cariata (e ancora oggi incolpo quel dentista addormentato che non si decideva mai ad otturarmi i denti). Appoggiammo le biciclette sull’agazzino che sprofondarono istantaneamente nelle foglie mentre le ruote si incastravano tra i rami. Nell’istante in cui cercavo di recuperarle senza esito, la ragazzina mi supplicava di lasciar perdere e mi implorava di sederci sulla panchina tentando di tirarmi e allungando le sue magre gambe in direzione opposta alla mia ma senza risultato, perché il suo peso era molto inferiore al mio e, nonostante quell’ossuta bambina fosse per me una splendida creatura, non potevo darle a vedere che mi interessavano di più i suoi attillati short delle biciclette incastrate; e inoltre, ritornando all’inizio di questo episodio, dicevo, corrompere i propositi di entrare in intimità con una donna per poi abbandonarli al primo ostacolo fu tutt’uno con la sua reazione stizzita, quando mi disse di sedermi e io mi sedetti e lei si sedette sulle mie gambe e mi chiese cosa avremmo dovuto fare ed io risposi: “Sono bravo in Geografia”.
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attenzione alle azioni asintomatiche
addirittura anche aviotrasportate
alle avide anime ancora agitate.
attenti alunni alle ascese atematiche
alle aree aperte e alle arsi automatiche.
andranno auspicate, almeno alitate
adesso ad anni ad andare, arbitrate
accolite avulse, azioni astrometriche.
avi, azimut hanno appannato, agi e are:
anche l’alea asperge amore ad amore.
assioma assolato, annusa l’affare!
ah! armami almeno d’antiche aurore,
affila gli ami, addenta arance amare,
acqua assapora all’acqua dell’albore!
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